Stamattina, ore 6,30, binario 1 della stazione centrale di Reggio Calabria. Due padri salutano le proprie figlie. Uno sono io, l'altro è il mio amico Pino. Mia figlia è felice di andare via, sorride, aspetta questo momento da giorni, non c'è traccia di dispiacere nelle sue parole, nei suoi gesti, nei suoi occhi chiari che guardano al futuro. E il futuro, lo sappiano io, lei, il mio amico Pino, è lontano da questa Terra avvelenata. Non l'Università. Non come tanti anni fa quando, se si partiva per studiare fuori, lo si faceva sussurrando un arrivederci, contando su un ritorno con una valigia di sapere e di esperienza che ti avrebbero consentito di costruirti un domani migliore, ma qui, dove eri nato e cresciuto. Ora si parte urlando un addio carico di risentimento, sapendo che anche dopo non ci sarà spazio per te in questa terra terremotata dalla natura e dagli uomini.
In questo periodo ho tre lance piantate nel cervello, per cose diversissime tra loro, ma tra le quali io vedo un filo indissolubile che lega la prima alle altre due. La partenza di mia figlia. Le mie vicissitudini sul posto di lavoro. La scomparsa di Antonio Franco. L'ho detto e ripetuto a mia figlia, soprattutto negli ultimi tempi: scappa da questa Terra ingrata, metti più spazio che puoi tra essa e il posto dove deciderai di costruire la tua vita, dove troverai il modo di mettere a frutto la tua intelligenza, il tuo talento, il tuo animo gentile, il tuo desiderio di bellezza e di civiltà. Tuo padre ci ha provato a cambiarla; a renderla, se non altro, un terreno fertile dove fare crescere erba sana, fiori colorati. Tuo padre ci ha provato, con l'impegno politico, con lo studio, con l'impegno sul lavoro. Ci hanno provato in tanti, come lui, e con molti si sono compiuti tratti di cammino insieme, mano nella mano, con la speranza a rendere il passo spedito anche nelle sabbie mobili.
Ma li hai visti anche tu i moderni piroscafi per le Americhe lasciare l'ormeggio, carichi di persone stremate che hanno rinunciato, vinte dalla rassegnazione. Il tuo piroscafo non parte da Napoli, non ha come meta le Americhe, non è sovraccarico di gente disperata che ha svuotato le campagne e che al 50 % non arriverà neanche a destinazione, o forse sarà fermata a un passo dal traguardo in una qualsiasi Ellis Island. Il piroscafo tuo e dei ragazzi come te è un treno, o un aereo, o qualsiasi altro mezzo di locomozione per andare lontano. Non c'è sventolio di fazzoletti, ma i sentimenti sono sempre quelli, immutabili al mutare del tempo e delle stagioni: rassegnazione, rinuncia, astio, risentimento.
Antonio Franco, invece, se n'è andato in un altro modo, doloroso per lui, per i suoi cari, per i tanti che gli volevano bene. E che cosa ha avuto Antonio, da questa Terra maledetta, alla quale chissà quanto tempo ed energie e incazzature ha dedicato? Sì, l'affetto dei suoi concittadini, e poi? Non meritava più di altri, che hanno seminato un piccolo orto e si sono ritrovati con poderi immensi traboccanti di ogni ben di dio? Sì, si era guadagnato ben altro, Antonio. Lo dico io, scevro da condizionamenti di ogni genere, lontano anni luce dalle sue idee. Alla fine, questa Terra irriconoscente l'ha cancellato, e la terra materiale, quella coi lombrichi e gli insetti, se l'è preso per sempre. Di notte, perché i peggiori furti si commettono al buio per non farsi scoprire, per non farsi acchiappare.
In questa Terra, d'altronde, i soliti noti hanno preso a compiere furti di futuro in pieno giorno, en plein air. E lo fanno convinti di non pagare dazio. Loro scrivono quel poco che sanno, celandosi dietro Titoli, pieni di iniziali maiuscole indici di Potere, vuoti come i loro cuori. E mentre scrivono, le loro parole sciolgono come i ghiacci dell'Antartide competenze, capacità, talenti, anni di studio, che valgono, in questa Terra disperata e disperante, meno di una parolina sussurrata all'orecchio. I furti di futuro senza destrezza, alla fine, si sommano, e come strati di antiche e nuove inciviltà arrivano a coprire tutto, a fare della Malabria, come la definisce lo scrittore nostro concittadino Maurizio Marino, una Carthago deleta sommersa dal sale dell'arroganza e della prevaricazione. Vai, figlia mia, e non tornare più; andate, ragazzi, e non tornate più. Anche i migranti sbarcano solo per passarci sopra e scappare via, da questa Terra del nulla.
fonte:Nino Mallamaci per zoomsud.it
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