mercoledì 12 aprile 2017

I RITI DELLA SETTIMANA SANTA : LA PROCESSIONE DELLE VARETTE A CITTANOVA, SCILLA, AMANTEA E CASSANO




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A Cassano si snoda dalla Cattedrale per le vie del paese la suggestiva processione della " Varette ".

Azione culminante di tutta la ritualità che segna la Settimana Santa a Cassano Ionio in Calabria è la Processione dei misteri, che si snoda il Venerdì Santo, con un lungo e tortuoso percorso per le strade dell'antico centro storico, dalle nove del mattino alle sette di sera.
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Cassano: processione delle Varette

A Cittanova la processione si caratterizza dalla portata a spalla delle “varette” che rappresentano i momenti più significativi della morte e del sacrificio di Gesù Cristo. E’una processione ricca di devozione che coinvolge tutto il territorio pianigiano. Si contano moltissimi “ attori”, dai bambini vestiti in mini abito talare, ai ragazzi, agli adulti che appunto trasportano le sculture.
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Varette di Cittanova

 Le bellissime statue in legno meglio conosciute appunto come “varette” sono opera degli scultori napoletani Francesco e Vincenzo Biangardi che li hanno scolpiti tra il 1865 ed il 1895. Gia nel 1866 il Biangardi consegna i primi quattro gruppi di statue che sono “Cristo all’orto” o “L’orazione nell’orto”, “Cristo alla colonna” o la “Flagellazione”, “Cristo che cade sotto la croce” o “La caduta” e la “Coronazione di spine”.Contemporaneamente gli viene commissionata la “Statua della Pietà”, lavorata su legno di tiglio, esemplare sintesi di pacato dolore contemplativo. Negli anni successivi il Biangardi realizza, su commissione dei vari Priori dell’epoca, la “Statua della Maddalena”, il gruppo della “Deposizione dalla croce”, il gruppo della “Desolata”, “Il Calvario”, il gruppo ”Ecce homo, la Vergine e San Giovanni” e quindi nel 1895 “L’Addolorata”.

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Cittanova: La Pietá


Ad Amantea  si snoda la processione dei Misteri . Una processione che scende indietro nel tempo per secoli e secoli.
Una tradizione che si ripete nel tempo e racconta di una storia millenaria che  appartiene  a tutti, senza distinzione di sesso, di età, di fede, anche se qualcuno vi assiste dal balcone e qualcuno ne è ancora più lontano.
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Varette di Amantea
E’ la Amantea della gente perbene, che è felice di incontrarsi anno dopo anno in quello che è il momento più intenso della espressività cittadina.
E’ la processione del venerdì santo, la processione delle Varette( le piccole bare), quella alla quale partecipano in tanti e qualcuno ritorna da lontano, anche da molto lontano per poterla vivere intensamente .
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Varette di Amantea
Insieme ai canti delle singole statue, alcuni bellissimi ed antichissimi come lo Stabat Mater ed il Miserere , le diverse divise delle varie confraternite, i più antichi momenti di solidarietà nella città.


Una delle più belle e commoventi tradizioni legate alla Settimana Santa a Scilla é costituita dalla processione delle cosiddette Varette , ossia delle opere scultoree raffiguranti i Misteri Dolorosi del Santo Rosario. La processione  inizia alle primissime ore del pomeriggio del Venerdì Santo, iniziando il suo percorso dalla chiesa di san Rocco e proseguendo per i vicoli di Chianalea, per Marina Grande (i più anziani raccontano che quando ancora non esisteva il lungomare la processione si snoda per le viuzze del rione Spirito Santo che per la loro strettezza consentono il passaggio della statua raffigurante Cristo in Croce, solo se sprovvista di stanghe e trasportata di traverso), arrivando sino a Punta Pacì, luogo rappresentante il Monte Calvario dove, fino a non molti anni fa, esistevano tre Croci ,quella del Cristo al centro, e quelle dei due ladroni ai lati. La processione un tempo si apriva con un crocifisso portato a cambio da due persone (erano suocero e genero) che indossavano un camice bianco ed una mantellina di colore viola. 
Varette di scilla anni 50



martedì 11 aprile 2017

I RITI DELLA SETTIMANA SANTA : LA "NACA" DI CATANZARO

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Tra i riti Pasquali in Calabria più significativi, non possiamo non parlare della Processione della Naca di Catanzaro. Per chi non lo sapesse, il termine Naca deriva dal greco, naché e significa Culla. L’appuntamento è sempre per il Venerdì Santo, nel tardo pomeriggio, quando inizia la Passione di Cristo. Si parte da una delle chiese del Centro Storico di Catanzaro, quindi potrebbe trattarsi della Chiesa dell’Immacolata, del Rosario, del Carmine o di San Giovanni).
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Al Rito della Processione della Naca partecipano tutti i fedeli appartenenti alle quattro parrocchie con i relativi emblemi o gonfaloni. Seguono la processione, i portatori della croce, seguiti in ordine da vari gruppi religiosi, il vescovo e poi la statua del Cristo Morto poggiata sulla cosiddetta Naca, trasportata a spalla dai fedeli.  La Naca viene ornata e decorata con diversi oggetti simboli che vengono apposti dai “sagristi o paratori”. Degli angioletti di cartapesta posti intorno alla Naca sorreggono i simboli della passione, dal calice, ai chiodi e al martello. Segue poi la Vergine Addolorata, vestita con un abito nero e un cuore trafitto da 7 spade che rappresentano i sette dolori della Madre di Cristo.Risultati immagini per naca catanzaro 2015
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lunedì 10 aprile 2017

I RITI DELLA SETTIMANA SANTA: IL SANGUE DEI " VATTIENTI " DI NOCERA TERINESE



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Ad ogni autoflagellazione perdono quasi "una sacca di sangue" ma quando si percuotono con le "lanze" - tredici punte di vetro infilate nel sughero - si sentono più vicini a Gesù. Il loro sangue in segno di penitenza. Sono i "Vattienti", fieri autoflagellanti che la sera del Venerdì Santo e nell'intera giornata del seguente Sabato Santo, dal 1300, si flagellano con un rito forte e di grandi simbologie famoso in tutto il mondo. «Perdiamo quasi una sacca di sangue ogni volta, circa 400 ml, non siamo nè matti nè masochisti. È una cosa che abbiamo nell'anima e che ci avvicina a Gesù Cristo», afferma all'Adnkronos V.C., di Nocera Terinese, paesino della provincia di Catanzaro, zoccolo duro di questo rito pasquale di penitenza ed espiazione dei peccati. V. C. viene da una famiglia di "Vattienti" doc e si è flagellato fino allo scorso anno. «Ho fatto il "Vattiente" fino al 2016 per voto. Per tredici anni - spiega -. Tredici come le lanze che ho utilizzato per flagellarmi, le tredici punte di vetro che rappresentano Gesù, gli Apostoli e Giuda». V.C. non nasconde il dolore che si prova durante l'autoflagellazione: «Quando mi flagello sento naturalmente un grande dolore ma mi annullo. È come se non sentissi più nulla intorno a me. E una settimana prima le gambe cominciano ad avere una reazione strana, cominciano a "scricchiolare"».
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Un rito impressionante e cruento dove sgorga tanto sangue che in passato ha registrato veti e scontri soprattutto con la Chiesa e le autorità laiche locali. In passato, ricorda Franco Ferlaino, cultore di etnologia al dipartimento di Filologia della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università della Calabria, autore di un saggio sul rito "Vattienti. Osservazione e riplasmazione di una ritualità tradizionale", intervenne anche un plotone di celerini per impedire l'uscita dei flagellanti. Gli zii di V.C. vennero portati in caserma mentre stavano svolgendo il rito. Ma le autorità non avevano fatto i conti con un generale dell'Arma che in passato nel rito dei "Vattienti" aveva fatto l'"Ecce Homo" (rappresenta Gesù, ed è legato al Vattiente con una cordicella, che dopo la flagellazione è portato da Pilato davanti al popolo per essere giudicato). «Il generale - ricorda V.C. - quel giorno stava andando via in elicottero ma, vista dall'alto la scena, si precipitò di corsa in piazza e rivolgendosi ai carabinieri disse loro: "Guai a voi, i Vattienti non si toccano"». 
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Da allora le cose sono andate più lisce per il rito con il quale si chiede a Dio di allontanare calamità e guerre. I "Vattienti" hanno avuto anche l'autorevole riconoscimento di un cardinale, Ersilio Tonini che, in una trasmissione televisiva, dichiarò: «Anche la flagellazione non è autopunizione ma è quasi voler partecipare alla passione del Signore, un desiderio profondo di dire: "Tu hai fatto questo per me, io faccio questo per te"». Ad ogni inizio di marzo, nelle botteghe dei mastri operai c'è gran fermento per preparare gli attrezzi della flagellazione e tutto ciò che serve al rito. «Ognuno dà una mano - spiega V.C. -, chi prepara il "cardo" (l'attrezzo con le tredici punte di vetro), chi la "rosa" (il sughero liscio che serve per pulire la gamba al termine della flagellazione), chi leviga con la raspa. Anche le donne hanno il loro daffare nel preparare i piatti con ceci e lenticchie come segno della vita che germoglia».
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In alcune zone del paese si allestisce il sepolcro dove viene poi fatta transitare la Madonna Addolorata, una gigantesca statua in legno di pero selvatico di cinque quintali. «La processione - racconta ancora V.C. - è lunghissima: inizia alle 20.30 e si arriva sino alla mezzanotte. Con i "Vattienti" che si percuotono e poi si inginocchiano in preghiera davanti alla Madonna».
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 Al termine della processione ci sono le ferite da medicare: «Mettiamo a bollire il rosmarino per curare le ferite - spiega V.C. -. Poi passiamo sopra la "rosa" pratica piuttosto dolorosa. Quindi si versa sopra una tanica di vino che contribuisce a lavare la gamba, e che simbolicamente rappresenta l'aceto che viene dato a Gesù sulla croce». «I Vattienti - ragguaglia ancora l'etnologo Ferlaino - appartengono a tutti i ceti sociali: ci sono operai, professionisti, giovani universitari, anche anziani. L'autoflagellazione si fa per un motivo devozionale; per fare rivivere la memoria degli antenati nel presente o per una ricerca d'indentità attraverso le proprie radici». Proprio ritornando alle proprie radici, un neurochirurgo nato in Argentina ma con i genitori di Nocera Terinese, scoperta una brutta malattia, poi guarita, ogni Pasqua si mette sull'aereo per la Calabria e diventa "Vattiente".
fonte:corrieredellacalabria.it

sabato 8 aprile 2017

I RITI DELLA SETTIMANA SANTA - DOMENICA DELLE PALME E LE PUPAZZE DI BOVA





La Domenica delle Palme, nel calendario liturgico cattolico, si celebra la domenica precedente la Pasqua e da inizio alla Settimana Santa.
La Chiesa in questo giorno ricorda il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella ad un asino quando la folla, radunata dalle voci dell’arrivo di Gesù, stese a terra i mantelli e tagliò i rami degli alberi intorno per agitarli festosamente all’arrivo del Salvatore.
Questa festa in Calabria è molto sentita. Si celebra andando in chiesa muniti di rami di ulivo raccolti per l’occasione e bellissime palme intrecciate, grandi e piccole, adornate anche di fiori e nastri, che il prete benedice durante la celebrazione.
Ulivo e palma benedetti si conservano poi a casa fino all’anno successivo e si donano a parenti e amici, in segno di pace e fratellanza. Un tempo era anche tradizione che nel giorno di Pasqua il capofamiglia con il rametto benedicesse la tavola imbandita.
La benedizione delle Palme è un rito antichissimo. Si hanno notizie di questa celebrazione a partire dal VII secolo, quando in Occidente questa domenica era riservata a cerimonie prebattesimali e all’inizio solenne della Settimana Santa, ma in Calabria probabilmente ha un’origine ancora più misteriosa e affascinante e ora vediamo perché.
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La Domenica delle Palme a Bova, in provincia di Reggio Calabria, si celebra un rito molto suggestivo e sconosciuto in altre parti della Calabria: la processione delle pupazze.
Esse sono figure femminili grandi e piccole, chiamate anche Persefone, costruite con canne e foglie di ulivo e adornate di fiori e frutta che al mattino vengono portate in processione fino al santuario di San Leo. Le bellissime statue vegetali, dopo la benedizione vengono portate fuori dalla chiesa e in parte smembrate dai fedeli che si portano via almeno un rametto a testa, ‘a steddha, per collocarlo in casa o nel proprio podere.
I rametti, che un tempo si usavano anche per togliere il malocchio, rappresentano il legame tra Dio e il mondo, doni divini proteggono la casa e tutti i suoi abitanti e non vanno mai buttati nella spazzatura, per disfarsene eventualmente vanno bruciati.
In questa splendida tradizione è molto chiaro il riferimento a Demetra e Persefone, madre e figlia che nel mito sovrintendono all’alternarsi delle stagioni e all’agricoltura,
Probabilmente le pupazze di Bova discendono dai riti pagani della primavera in cui si evocava la Madre Terra, ai quali si sono sovrapposti prima quelli dedicati a Persefone, diffusissimi nella Calabria magnogreca, e poi i riti cristiani della morte e resurrezione di Gesù.
Altre tradizioni calabresi pasquali, ancora oggi diffuse in tutti i territori, indicano con sicurezza questo antico legame tra umano e divino, sacro e profano, iniziato dalla notte dei tempi e rafforzato dall’avvento del Cristianesimo.

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Ricordiamo ad esempio il grano votivo, cioè i semi di grano fatti germogliare al buio e poi portati in chiesa, le palme intrecciate adornate di fiori da regalare a parenti e amici, i dolci tradizionali come le cuzzupe con l’uovo, a forma di corona ma anche di donna o di uccello, i fraguni, dal greco fagun, che dal nome stesso stanno ad indicare un cibo sacro, le bambole della Quarajisima che un tempo si appendevano alle finestre nelle settimane precedenti la Pasqua e altro ancora.
Annamaria Persico per reportage online.it
Video tratto da il Settimanale della tgr rai calabria

mercoledì 5 aprile 2017

LA MORTE DI MARIA RITA


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Si chiamava Maria Rita. Ma per tutti quanti era e sarà la figlia del boss. La nipote del pentito. La cugina di qualcun altro. Senza identità, quella che ha recuperato, ma non del tutto, sui giornali, che oggi la piangono. Le avrebbero reso però la vita difficile, un giorno, quando quella vita avrebbe preso forma e quel cognome sarebbe venuto su come un rifiuto gettato in mare e mal ancorato. Lo Giudice. 

A Reggio a pronunciarlo ad alta voce ci si gira a guardarsi le spalle e sperare che nessuno abbia sentito. Lei, 25 anni, bellissima e fresca di laurea, forse, così dicono, se lo sentiva addosso lo sguardo di tutti, perché si chiamava così. E forse, dicono ancora, si è buttata per questo dal quinto piano del palazzo dove abitava. Ha aperto la finestra, alle 6.50 e ha guardato in faccia il vuoto per dimenticare i pregiudizi. 

I primi accertamenti dei carabinieri hanno fatto circolare un’ipotesi inquietante: Maria Rita si sarebbe suicidata perché non sopportava il peso di quel cognome, che a Reggio Calabria significa fuoco e sangue. Quel nome che porta suo zio Nino, alias “il nano”, il pentito più controverso della storia. Come Giovanni, suo padre, considerato un elemento di spicco della cosca. In Procura ci sono ora i verbali del fidanzato, dei parenti e degli amici della giovane. Che raccontano il suo peso e si chiedono se tutto dipenda da quello. La madre, invece, non ci sta: forse me l’hanno drogata, dice. Così il funerale, per ora, non si farà. Si aspetteranno altri esami, per una verità che forse va cercata in più posti.

La vita, da queste parti, troppo spesso è così. Fatta di gente che compila etichette e le spara addosso agli altri. Salvo, poi, cancellare bene le impronte digitali per lavarsi via ogni responsabilità quando le cose si mettono male. Perché per tutti Maria Rita portava e doveva portare il suo cognome come una lettera scarlatta. Anche oggi che sui giornali che l’avrebbero divorata viva la piangono, anche oggi non ha nome: «la figlia del boss». Come se Maria Rita, laureata in economia a pieni voti, fosse solo questo. Come se fosse colpa sua se qualcuno ha utilizzato i suoi stessi geni per cose che non condivideva.

Non era colpa sua ma qualcuno, sicuramente, prima o poi gliene avrebbe fatto una colpa. Al primo posto di lavoro conquistato con la propria laurea, se per caso fosse stata "consulente di" o "vicina a". O qualunque altra cosa. Le avrebbero dato della mafiosa perché il sangue è una sorta di veleno che non ti lascia scampo. Perché certe cose non le scegli e sei quel che sono i tuoi genitori. 

E nel dirlo, i detentori della verità e della moralità si sarebbero sentiti difensori di principi che invece avrebbero infangato. A partire dalla Costituzione, che tanto sbandierano quando si tratta degli altri. Maria Rita si chiamava Lo Giudice, ma magari di battesimi e circoli formati non ne sapeva nulla. Ma non era di certo libera di urlarlo ad alta voce, perché gli altri quella libertà non gliela volevano concedere. Gli stessi che oggi, da altari costruiti con legno marcio, la piangono "perché fa notizia". Così come quelli che, pronti a sputare sentenze, piangono quando il loro nome finisce nel tritacarne. 

"Le parole uccidono", scoprono oggi, quando sono loro a pistole scariche di vocali e consonanti. Pronti a usare il fuoco solo quando consuma le vite degli altri. Chissà se lo scriveranno anche sulla sua lapide chi era il vero padrone del suo cognome, per farla riconoscere a chi non riesce ancora a vederci una ragazza di 25 anni. Che è volata via, sul pregiudizio degli altri.

per zoomsud.it Simona Musco



A completamento della notizia vi proponiamo una dichiarazione del procuratore della repubblica di Reggio  Federico Cafiero de Raho( T.P.)

"Maria Rita Lo Giudice si è tolta la vita e questo deve toccare la coscienza di tutti. Se c'è una ragazza che si è fatta strada nella vita scolastica per la propria onestà, ha conseguito una laurea che è strumento per sottrarsi alla famiglia di 'ndrangheta di cui fa parte e non siamo capaci di integrarla, abbiamo perso tutti quanti".


Brillante studentessa di Economia, dopo la laurea conseguita a pieni voti nell’ottobre scorso, la ragazza aveva deciso di proseguire il proprio percorso universitario a Reggio Calabria, e circa un mese fa con docenti e colleghi di facoltà era partita per Francoforte e a Bruxelles, per un viaggio di istruzione alla sede della Banca Centrale e agli uffici della Commissione Europea. Un viaggio immortalato in decine di scatti, pubblicati su facebook dalla ragazza, evidentemente fiera di un percorso che la stava portando lontano da Reggio Calabria, dove il suo cognome è sempre stato sinonimo di ‘ndrangheta. Figlia di Giovanni, da tempo in carcere, nipote del boss, adesso pentito Nino “Il Nano”, e della mente imprenditoriale del clan, Luciano, la ragazza - secondo alcune indiscrezioni – sentiva il peso del cognome che portava addosso e l’ostracismo sociale che a Reggio Calabria ne deriva (corrierecalabria.it).


sabato 1 aprile 2017

BOMBA A LAMEZIA DISTRUGGE UN FORNO - LA RISPOSTA DEI PROPRIETARI É DA BRIVIDI


Il luogo dell´esplosione

Questa la notizia pubblicata dalle agenzia stampa venerdí 31 marzo

Un forte boato  ha svegliato nella notte i residenti di Via Piave, una delle vie centrali di Lamezia Terme nei pressi di Corso Giovanni Nicotera. Un ordigno è stato fatto esplodere dinanzi al panificio "Il Fornaio" di proprietà dei  fratelli Angotti. Ingenti i danni, danneggiati i negozi e le macchine parcheggiate nelle vicinanze. Sul posto i Vigili del fuoco e i Carabinieri della locale compagnia per effettuare i rilievi del caso e avviare le indagini.

Questa la risposta dei fratelli Angotti qualche ora dopo l´attentato.

Stiamo lavorando per essere operativi sin da domani. Nulla può bloccarci, tantomeno un atto del genere. Siamo una realtà positiva, siamo quelli che Lamezia vogliono vederla crescere, siamo quelli che dimostrano che a Lamezia ci vogliono stare e lavorare, siamo un fiume in piena che non ammette argini. Tutto ciò ci indigna ma ci da la forza di rialzarci. Noi, domattina, dobbiamo fare i panini ai nostri bambini; chi li sente se li lasciamo senza merenda, non scherziamo!
Ringraziamo calorosamente tutti coloro che hanno dimostrato la loro solidarietà. La famiglia Angotti.
#IlFornaioAngotti

Questa mattina, come promesso, abbiamo aperto alla nostra città , ai nostri 1200 bimbi dell'edificio scolastico Maggiore Perri ai quali diciamo che la legalità e l'onesta l'avrà sempre vinta. Non demordiamo, noi insieme a tutti voi siamo più forti di qualunque ignobile persona. La gioia e l'incredulità di tutti voi ha riempito i nostri cuori. Grazie, grazie città !