venerdì 31 marzo 2017

TAURIANOVA : RUBAVANO PANCALI CHE POI USAVANO COME LEGNA DA ARDERE IN UN FORNO ABUSIVO




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foto: repertorio

Alcune storie hanno dell´incredibile per come nascono e per come si sviluppano.
L´arresto di due persone, sorprese a rubare di notte dei pancali di legno all´interno di un´azienda di laterizi, poteva sembrare per i carabinieri della compagnia di Taurianova un semplice furto conclusosi una volta tanto con l´arresto in flagrante dei ladri. Ma evidentemente torchiati dagli inquirenti, i quali giustamente si sono chiesti perché rubare dei pancali vecchi senza alcun valore, i due, sicuramente non del mestiere, hanno cominciato a cantare ed hanno confessato.
" Abbiamo rubato i pancali per alimentare un forno a legna per la produzione del pane ". A questo punto i carabinieri, indirizzati dai due, hanno individuato il forno in questione rilevando, udite, udite, che  lo stesso era totalmente abusivo. Il pane veniva sfornato e venduto senza i controlli necessari in tema di igiene,   sicurezza per chi lavora e soprattutto per i prodotti utilizzati. Con tutti i rischi che  ne potevano conseguire per i consumatori. Consumatori, peró, sicuramente a conoscenza del fatto che il forno fosse abusivo, ma che per risparmiare qualche euro non hanno messo in conto che hanno rischiato la salute ed hanno alimentato un´attivitá che di commerciale aveva ben poco.

sabato 25 marzo 2017

25 MARZO 2017 SOLENNE PROCESSIONE DI MEZZOGIORNO IN ONORE DI MARIA SS. ANNUNZIATA



Breve anticipazione della processione di mezzogiorno in onore di Maria SS. Annunziata Patrona della cittá e diocesi di Oppido Mamertina.

mercoledì 22 marzo 2017

DON GIUSEPPE BLASI :LA DIVINA COMMEDIA IN DIALETTO CALABRESE - CICCIO EPIFANIO RECITA IL PRIMO ED IL QUINTO CANTO







La Divina Commedia in dialetto calabrese, opera di Don Giuseppe Blasi, prete e poeta, nato a Bellantone di Laureana di Borrello nel 1881 e morto nel 1954.
 Don Giuseppe Blasi é annoverato tra i piú grandi poeti calabresi e quest´opera, ricca di vocaboli ormai scomparsi o dimenticati, diventa una fonte ineusaribile di sapere.
Ma perché tradurre la Divina Commedia in dialetto ? Risponde alla nostra domanda lo stesso don Giuseppe:

 «Riuscirà certamente utile una traduzione vernacola del Divin Poema agli umili popolani che conoscono bene solo il proprio dialetto e, pur avendo ingegno e gusto per l' Arte, non assimilerebbero mai altrimenti quel gran tesoro di dottrina morale che è nella Divina Commedia». E poi aggiungeva: «Utile, probabilmente, sarà agli studenti una versione dialettale scrupolosamente fedele anche alle sfumature del pensiero dantesco, benché essi attraverso la selva dei commenti sappiano leggere e decifrare il volgare illustre...» 

sabato 4 marzo 2017

PERCHÉ I NOSTRI PAESI SI SPOPOLANO ? QUALCHE IDEA PER NON FARLI MORIRE



Turi Rugolo, Cristian Scattarreggia e Domenico Italiano 


Avevo trent´anni quando lasciai Oppido Mamertina alle mie spalle in cerca di nuovi stimoli e opportunitá. Non era una ricerca di lavoro, quello c´era giá, anzi ne avevo due. Sfidavo me stesso, le mie ambizioni ed il mio orgoglio. Volevo provare una nuova strada e dare scacco al rimorso che altrimenti mi avrebbe roso il fegato per il resto dei miei giorni. Tanto se fosse andata male di li a qualche anno sarei tornato, con la coda tra le gambe, ma sarei tornato. In questo caso non mi sarei considerato un fallito, no, solo uno che ci aveva provato e non ce l´aveva fatta. Sarei tornato a testa alta e senza vergogna. Sarei tornato perché da calabrese, da meridionale le mie radici non avrei potuto tagliarle,sono radici grosse e profonde e reciderle non é semplice. Non é semplice neppure adesso, trent´anni dopo, nonostante gli affetti familiari non ci siano piú.
Me ne accorgo quotidianamente quando la prima lettura dei giornali é dedicata alle notizie dalla Calabria, quando apro i social con l´ansia di trovare delle importanti novitá dal paese, quando in rete vedo il tg3 regionale o ascolto qualche dibattito in diretta proposto dalle emittenti locali. Non sono ossessionato dalla mia terra, al contrario, sono innamorato. E gli innamorati diceva Shakespeare“ sono come i pazzi : hanno sempre il cervello in gran bollore ed una fantasia cosí feconda, da riuscire a concepire piú cose di quanto la ragione loro, a freddo, si mostra poi disposta ad accettare “.
E cosi, quando di tanto in tanto torni a trovare gli amici, vorresti vedere il tuo paese, la tua terra, diversa da come viene dipinta e dileggiata. Vorresti trovare strade perfette, linee ferrate moderne, paesi e cittá tirati a lucido, ospedali efficienti, mare pulito e montagne incontaminate. Cosi come sono, in buona parte, nelle terre che ti vedono emigrato.
E invece no. La realtá é un´altra. Trovi la desolazione.La miseria. Il silenzio. L´abbandono. Soprattuto nei paesi dell´interno che piú degli altri scontano questa desertificazione. Ma non che nella costa se la passano meglio. Puó esserci un po´di vitalitá in quei venti giorni di agosto, quando tornano i “ milanesi “, poi anche li é il deserto.


 Prima comunione parrocchia Tresilico anni 40 - Foto Luigi Morizzi


E cosí quando torni ti arrabbi. Ti arrabbi perché vedi un paese morto. E se non é morto é in coma irreversibile. D´estate non ti accorgi perché le strade sono animate fino a tardi, ci sono le feste, le sagre, i giovani fanno le ore piccole con briosche e granite davanti ai bar. Ma se vai d´inverno, quando le giornate muoiono presto e provi a fare un giro per le strade che ti hanno visto giovane, rimani colpito dalla solitudine che ti viene incontro. Strade e case deserte, nessun bambino che si rincorre per strada, nessuna commare sull´uscio a parlare, nessuna macchina che usa il clacson per salutarti. Il silenzio piú assoluto. Ma non perché la gente sia al lavoro o occupata nei lavori domestici o i giovani a studiare. Magari. E che qui la gente non c´é piú. Proprio non vi abita. Sono piú le case chiuse o con il cartello “vendesi” che quelle “ vissute”. Sono scomparse le attivitá commerciali che un tempo animavano il lungo Corso e attiravano lo struscio. Nella grande piazza che ospita la Cattedrale ci sono due bar, un fruttivendolo, una gioielleria,un tabacchino e una farmacia. Basta. Il resto sono saracinesche abbassate o portoni chiusi.

Scuola di cucito anni 30- foto Luigi Morizzi
 
Non ci sono artigiani in un paese che di artigianato viveva. Niente falegnami, niente fabbri, niente sarti, niente orefici, niente ciabattini, niente bariari, con le loro botteghe sempre piene di bambini 
parcheggiati li per apprendere o per non stare in strada. Niente di niente. Un paese che nelle annate piene d´olive risuonava delle macine dei trappiti e puzzava di murga, oggi non ha piú ne suoni ne odori. Oppido negli anni ottanta, non un secolo fa, contava piú di ottomila abitanti. Oggi il centro non arriva a tremila. Si é vero come altri centri dell´interno é stato svuotato: hanno chiuso l´ospedale,un tempo fiore all´occhiello della sanitá calabrese, l´ufficio del registro, la pretura, l´Inam, perfino la curia vescovile ha spostato i suoi uffici in altra sede, piú centrale( come se per ritirare un certificato di matrimonio in un paese piuttosto che in altro cambiasse qualcosa).
E´rimasta qualche scuola che ospita perlopiú studenti dei paesi limitrofi. Null´altro. Certo, cosí come molti altri centri del sud, scontiamo una sanguinosa guerra di mafia che oltre a decine di morti ha prodotto quella che io chiamo “l´emigrazione da paura”. Una mafia che nonostante i morti non si é estinta, anzi. Certo bisogna mettere in conto l´incapacitá, l´indolenza e l´arroganza di gran parte del ceto politico che per decenni ha amministrato la cosa pubblica nei nostri comuni (senza dimenticare che quei politici li abbiamo eletti noi). O anche, come scrive l´antropologo Vito Teti “che la fine della civiltá contadina e l´avvento della modernitá a cavallo degli anni 60, sono eventi unici, epocali, irripetibili. Il paese considerato come luogo pacificato, gradevole,desiderabile diventato ora luogo di arretratezza e isolamento, sgradevole, indesiderabile “. Ma anche noi cittadini abbiamo le nostre colpe. Ancora Teti : “ Talvolta i paesi muoiono per scelte suicide della politica ma anche dei suoi ultimi abitanti. La terra che ha sopportato invasori e conquistatori,terremoti e frane,malaria e latifondo, baroni e criminali, corrotti e malfattori, adesso sfugge da se stessa, non ha voce nemmeno per chiedere. Ha sopportato esodi di centinaia di migliaia di persone che hanno costruito tante Calabrie altrove e adesso si sta estinguendo e dissanguando “.




Asilo nido per i figli delle raccoglitrici di olive anni 30 - Foto Lui Morizzi

Ma lasciamo stare colpe e colpevoli, pensiamo al futuro.Pensiamo a come “riempirli “  questi nostri paesi, a come ridare loro vita nuova. Anche perché, come dimostra il New York Times, che ha messo la Calabria tra le mete da visitare nel 2017 in virtú dei suoi prodotti enograstronomici, anche all´estero cominciano ad apprezzarci.
Oggi per fortuna qualcosa si muove e i social sono un veicolo da cui non si puó prescindere, perché coinvolgono, fanno da cassa di risonanza, propongono. E sono tante le testimonianze e i progetti che vengono proposti soprattutto da chi vive fuori dalla “sua “ Calabria.
Riqualificare i centri storici, oggi diventati l´emblema dell´abbandono e del degrado, puó essere il primo passo. Queste case e casupole che non hanno piú un proprietario e se ce l´hanno non lo vedono da decenni, potrebbero essere ristrutturate, adeguate alle normative antisismiche e date in affitto a prezzi agevolati. Magari a chi in cittá non vuole o non puó piú vivere. E i primi che mi vengono in mente sono quei pensionati, gli over 60, che con 800 euro al mese fanno fatica a sopravvivere nelle grandi cittá del nord mentre da noi vivrebbero in maniera dignitosa . Qui avrebbero una vita nuova, nuove relazioni sociali e potrebbero magari rimettersi in gioco. Ed i vantaggi per i locali sarebbero tanti. Ripopolamento, economia rivitalizzata con i nuovi arrivi, edilizia in movimento e riqualificazione estetica che di certo migliora la capacitá attrattiva.
Capacitá attrattiva significa turismo.
Certo dobbiamo metterci in testa che non possiamo aspirare ai milioni di turisti che invadono la Toscana,il Veneto, la Sicilia o il Lazio. Noi purtroppo abbiamo poco da offrire. Non abbiamo i templi greci ne il foro romano, non abbiamo Venezia o Pompei e neanche Firenze o Milano. Le intemperie e la mano dell´uomo hanno fatto i disastri che sappiamo. E stiamo perdendo il mare e la montagna, le nostre ricchezze. Inquinato il primo, avvelenata la seconda. Ma forse siamo ancora in tempo a metterci una pezza. A salvarli e salvarci dalla rovina.
E mi torna in mente ancora Oppido con la sua montagna, i suoi siti archeologici medievali e di epoca romana, con la sua enorme Cattedrale, il suo museo Diocesano,le sue chiese e quel che rimane dei suoi palazzi del settecento. Si potrebbe cominciare creando un percorso per le scuole della provincia che organizzano le gite di un giorno. Al mattino si gira per le aree archeologiche, a mezzogiorno un pasto con i prodotti del luogo e al pomeriggio si visita la cittá. Con una buona promozione quelle due- tre scuole a settimana sarebbe possibile averle.
E parliamo di 150/200 ragazzi che con pochi euro a testa ridarebbero vigore ad una comunitá.

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 Oppido Medievale: ruderi del Castello e della Cattedrale

Paesaggi, prodotti del luogo, monumenti e beni immateriali, possono attrarre flussi turistici,innescare processi economici e dinamicitá, mettere in moto tante iniziative locali “ suggerisce Vito Teti.
Volontá, voglia di fare, amore per la propria terra possono essere gli ingredienti per il rilancio
di una Calabria in cerca di riscatto.
All´origine di ogni abbandono c´é una maledizione” dice Teti, “ come all´origine di ogni fondazione c´e´un evento prodigioso o miracoloso. La strada nuova magari é quella di trasformare la maledizione in benedizione “.

Tonino Polistena







sabato 18 febbraio 2017

APPARIZIONE DEL 13 FEBBRAIO - A QUARANTANO ANCHE LUDOVICO PEDONE L´UOMO CHE LACRIMA SANGUE

Ancora tanta gente a Quarantano di Oppido per la presunta apparizione della Madonna alla veggente Teresa Scopelliti. Come ogni 13 del mese si sono ripetute le stesse scene che da piú di due anni fanno di questo piccolo e disabitato borgo calabrese il punto di riferimento per tutti coloro che ne fanno una professione di fede : la recita del rosario, l´apparizione alla veggente e la lettura del messaggio. Al rito del mese di febbraio si é aggiunto ai pellegrini calabresi e di altre regioni anche Ludovico Pedone, l´uomo che da qualche anno convive con dei fenomeni che all´apparenza sembrano di natura soprannaturale. Pedone, che é anche apparso in alcune discutibili trasmissione televisive, asserisce di aver ricevuto le stimmate e in alcuni momenti di lacrimare sangue. Il fenomeno della lacrimazione si é ripetuto anche a Quarantano davanti a centinaia di persone.


domenica 5 febbraio 2017

5 FEBBRAIO1783 " IL GRANDE FLAGELLO " COLPISCE LA CALABRIA


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Calabria Ultra, 5 febbraio 1783, alle 19 e 15, ora di Napoli, si verifica una fortissima scossa di terremoto. Dura due minuti (secondo Michele Torcia 3). Poiché nel Napoletano, le ore della giornata cominciano a contarsi dalla sera, dall’ora del vespro, per ore 19 e 15 va inteso un orario intorno a mezzogiorno. L’epicentro della scossa è nello Stato di Oppido, ma si tratta di una attribuzione imprecisa, anche se sufficiente ai fini del discorso che andiamo a fare e che riguarda la rivoluzione sanfedista. La scossa è stimata intorno al grado 11 della scala Mercalli.
Particolare dimenticato: più comuni intorno a una città costituiscono, al tempo, uno Stato e si amministrano, su molte questioni, con un Palamento in cui vengono eletti i più autorevoli capifamiglia di tutte le classi. Questi Parlamenti sono un antico retaggio della dominazione dei Normanni, i quali avevano ereditato e istituzionalizzato le strutture informali bizantine dette Fratrie.
Calabria Ultra, 6 febbraio, ore 0.20. Seconda fortissima scossa a sud di Scilla. Grado 9 della scala Mercalli. Terza scossa con epicentro nei pressi di Gerocarne, 7 febbraio, ore 13.10, grado 10. Quarta scossa a Nord di Pizzo Calabro, 1 marzo, ore 1.40, grado 9. Quinta scossa a sud di Squillace, 28 marzo, ore 18.55, grado 10. Queste le cinque principali scosse.
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Oppido Vecchia Ruderi del castello
È il peggior terremoto mai verificatesi in Occidente. Si narra di un terremoto altrettanto grave, in Asia Minore (Asia senatoriale), il 19 d.C. al tempo di Tiberio, che aveva provocato la morte di 200.000 persone. Niente di paragonabile dopo.
A proposito di questo terremoto, Seneca aveva commentato: “I porti ci riparano dalle tempeste; i tetti ci proteggono dalla violenza dei temporali e delle piogge continue; l’incendio non insegue i fuggitivi; le cave e le grotte profondamente scavate sono un rifugio contro i tuoni e i lampi del cielo; contro la peste si cambia di residenza. Non esiste alcun pericolo l riparo dal quale non ci si possa trovare un rifugio. Ma il flagello del terremoto si estende a una distanza considerevole; esso è immenso, subitaneo e inevitabile. Non è solo un effetto, una casa, una famiglia, una città, che esso divora, sono delle nazioni intere che colpisce; è tutta la superficie di un paese che sconvolge” (citato da Lenormant 1961, vol. III, pp. 351-2).
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Oppido vecchia Resti della Cattedrale
Nel 1783, tutte le città furono rase al suolo da Reggio a Catanzaro e le coltivazioni furono stravolte per sommovimenti delle terre. Giovanni Vivenzio pubblica, in pochi mesi, quello che oggi si chiamerebbe instant book (Istoria e teoria de’ tremuoti in generale e in particolare di quelli della Calabria e di Messina del MDCCLXXXIII) dove si legge: “In molti luoghi si profondò il terreno, furono le colline intere trasportate con moto orizzontale, e saltarono dal basso in alto i letti de’ fiumi, e pezzi di terra con alberi, e case di campagna”.
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Oppido vecchia Ingresso Porta Sud
Scrive di uomini aggrappati a una vite che viaggiano per miglia o di agrumeti che finiscono su un podere più in alto o vanno dall’atra parte del vallone. Le sue incredibili osservazioni sono, tuttavia, confermate dalla commissione ufficiale guidata da Michele Sarconi, segretario generale della Reale Accademia delle Scienze e delle Belle Arti di Lettere. Nella Istoria de’ fenomeni del tremoto avvenuto nelle Calabrie, e nel Valdemone nell’anno 1783, si legge: “Vi fu lo sbassamento; vi fu l’elevazione: vi fu lo sbalzo, non solo dalle vie superiori alle inferiori, ma ben anche dalle parti più basse alle supreme;” (Sarconi 1784, p. 308).  “v’erano ancora alcuni pezzi di terreno … i quali altro cangiamento non avean sofferto, se non che il danno di essere stati invasi dalle ruine de’ siti contermini, i quali schiantati dalla loro sede, erano piombati su i medesimi, o in massi spogliati di alberi, o in ammassi uniti agli alberi stessi, che vi si conteneano” (Sarconi 1784, p. 309).
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Tropea Prima del terremoto
Perché parlare del terremoto in Calabria del 1783? Perché fu un terremoto tremendo, al punto da essere definito “Grande Flagello” e da avere interamente distrutto metà della Calabria e parte della città di Messina. Un terremoto di queste dimensioni che, si dice, non ha avuto l’uguale nella storia (a parte un terremoto in Cina al tempo di Tacito o poco prima) provoca una tabula rasa sia dal punto di vista sociale che economico.
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Oppido prima del terremoto
Perché parlare del terremoto in Calabria del 1783? Perché fu un terremoto tremendo, al punto da essere definito “Grande Flagello” e da avere interamente distrutto metà della Calabria e parte della città di Messina. Un terremoto di queste dimensioni che, si dice, non ha avuto l’uguale nella storia (a parte un terremoto in Asia Minore al tempo dell’antica Roma) provoca una tabula rasa sia dal punto di vista sociale che economico.
La conseguenza principale del Grande Flagello è stata quella di avere trasformato una società solida, cioè rigida, con confini interni, sia orizzontali sia verticali, invalicabili, in una società completamente liquida e aperta a una totale pianificazione. La distruzione operata rendeva possibile di ricominciare da zero e di pianificare come se davanti a sé ci fosse solo un foglio bianco. Questo dava una grande libertà di pianificazione e una altrettanto grande possibilità di errore.
Pino Gangemi per InAspromonte
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