mercoledì 8 giugno 2016

IL VESCOVO REVOCA LE FACOLTÁ PRESBITERIALI AL PRETE PEDOFILO






Comunicato stampa in seguito alla condanna di don Antonello Tropea   versione testuale

COMUNICATO STAMPA
 06 Giugno 2016
A seguito della condanna di don Antonello Tropea da parte del Gup di Reggio Calabria a quattro anni di reclusione da continuare agli arresti domiciliari perché ritenuto colpevole di prostituzione minorile, detenzione di materiale pedopornografico e adescamento di un minorenne, il Vescovo della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, mons. Francesco Milito, addolorato per la triste vicenda e soprattutto per il coinvolgimento di minori, rende pubblico il decreto di revoca delle facoltà presbiterali a don Tropea già emesso e trasmesso il 5 gennaio scorso tramite gli avvocati difensori attenendosi al divieto di poter con lui direttamente comunicare e in ottemperanza a quanto previsto dalle disposizioni canoniche nei casi di reati comprovati.
Mentre prosegue il percorso giuridico e in attesa delle successive azioni legali il Vescovo continua ad essere vicino nella preghiera alle persone coinvolte: ai minori e alle loro famiglie, affinché il Signore possa rendere giustizia e consolazione; a don Antonello affinché la misericordia divina lo conservi nella conversione del cuore; alla Chiesa diocesana tutta perché rimanga salda nella fede, unita nella preghiera, lontana da ogni segno di umano giudizio e sconforto.

Ufficio Comunicazioni Sociali

lunedì 6 giugno 2016

4 ANNI DI CARCERE AL PRETE PEDOFILO - DON TROPEA ERA STATO SORPRESO IN COMPAGNIA DI UN MINORENNE - IL COMPORTAMENTO DEL VESCOVO



foto stretto web 


Quattro anni di carcere: è questa la pena comminata dal gup Filippo Aragona nei confronti di Don Antonello Tropea, il sacerdote di 44 anni, arrestato alla fine del 2015 dalla squadra mobile di Reggio Calabria per prostituzione minorile, sostituzione di persona, detenzione di materiale pedopornografico ed adescamento di minorenni. All'esito del processo celebrato con il rito abbreviato, l'ex parroco di Messinagnadi di Oppido Mamertina, difeso dai legali Andrea e Giuseppe Alvaro, è stato riconosciuto colpevole di tre capi di imputazione riguardanti la prostituzione minorile e l'adescamento di minorenni. Assolto invece da altri cinque capi di accuse riguardanti la detenzione di materiale pedopornografico, sostituzione di persona e un tentativo di prostituzione minorile. Per Tropea la Procura in sede di requisitoria aveva invocato una condanna a sei anni di reclusione.

Nei mesi scorsi il pubblico ministero Sara Amerio, titolare dell'inchiesta, aveva chiesto e ottenuto dal gip Antonio Scortecci l'incidente probatorio in cui poi si sono registrate, le testimonianze delle presunte vittime di Don Antonello Tropea. Tra questi in aula è comparso il minorenne, all'epoca dei fatti, che era stato trovato in compagnia del parroco di Messignadi di Oppido Mamertina il 16 marzo dello scorso anno quando una "volante" del Commissariato locale alle 11 di sera controllerà, nei pressi della zona industriale di Gioia Tauro, un'automobile su cui erano presenti il sacerdote e l'allora 17enne. L'incidente probatorio è stato richiesto anche per l'audizione di un altro ragazzo a cui il parroco avrebbe offerto danaro in cambio di prestazioni sessuali e di di un altro giovane nei cui confronti il prete è accusato di un tentativo di prostituzione minorile. Don Antonello Tropea, subito dopo l'arresto, ha ottenuto la sostituzione della misura cautelare e dal carcere è passato agli arresti domiciliari che sta scontando lontano dalla Calabria.

Il caso che l'ha visto coinvolto ha molto interessato l'opinione pubblica considerata la gravità delle accuse mosse ad un uomo di Chiesa. Il quadro accusatorio nei confronti di Tropea era infatti molto grave. «Ha come obiettivo sessuale giovani maschi, senza pretese di relazioni sentimentali, preferibilmente che abbiano compiuto 18 anni, al fine di evitare conseguenze penale. Tuttavia, nella ricerca di questo target, che sfiora il rilievo penale, incrocia più volte anche minorenni con le medesime tendenze sessuali, talvolta disponibili solo a pagamento. In tali casi, Antonio Tropea , non si ferma ma continua, e si conserva accuratamente il materiale pedopornografico ricevuto», così il gip Scortecci definiva il comportamento del parroco.

Lo stesso Gip Scortecci, stigmatizza il comportamento assunto dal vescovo di Oppido Mamertina-Palmi, monsignor Francesco Milito, pure al corrente delle voci che circolavano sul conto di don Antonello, attraverso le informazioni ricevute da due parrocchiane, le quali in precedenza avevano compiti di responsabilità presso la stessa parrocchia: "Non ha adottato provvedimenti cautelativi, né di minima verifica delle accuse rivolte all'indagato, assumendo atteggiamenti particolarmente prudenti e conservativi dello status quo, dando pieno credito alla versione negatoria dello stesso accusato".

Purtroppo il vescovo Milito farà molto di più. E la circostanza assume ulteriore importanza, visto che la Diocesi di Oppido-Palmi è una delle più esposte, anche a livello internazionale, vista la recente dichiarazione della Varia a patrimonio dell'Unesco. Dalle conversazioni intercettate emergerebbe anche il comportamento assunto dal vescovo della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, monsignor Francesco Milito, che, consigliava a don Antonello "di evitare di parlare con i Carabinieri di queste cose e, in generale, con nessun appartenente alle forze dell'ordine, poiché questi non si limitano a parlare amichevolmente come stanno facendo loro, ma potrebbero redigere un promemoria che potrebbe far degenerare le cose". E' il 15 luglio del 2015. Parleranno diverse volte don Antonello e il vescovo Milito. Il prete accusato di rapporti sessuali con minori proverà a giustificare la propria posizione a screditare le chiacchiere e il vescovo gli risponderà "che a maggior ragione è meglio evitare che ci parlino i Carabinieri e che sarebbe meglio che ci parlasse lui anche perché facendo così la gente del paese non potrà dire che ha lasciato correre, ma dirà che per risolvere la situazione ha fatto tutto quello che poteva fare".

I due, insomma, sembrano concordare una strategia: il vescovo consiglierà a don Antonello di andare dai genitori e "parlare con la massima tranquillità". Il 7 agosto è di nuovo il vescovo Milito a parlare direttamente con don Antonello, che minimizza le voci ricorrenti sul proprio conto. Parlano delle chiacchiere delle suore. Ma il vescovo rassicurerebbe il parroco : "Lascia perdere questo perché non... la cosa gravissima non è, è questo pettegolume di suore. Tu piomba subito e glielo puoi dire, io mi sono incontrato col Vescovo, il vescovo ci è rimasto proprio... (incomprensibile)".

Infine, il 19 settembre, due giorni dopo la perquisizione nel corso della quale verrà trovato in casa del prete diverso materiale utile alle indagini, don Antonello confiderà a un amico di aver riferito tutto ("sia il reato che gli viene contestato e sia quello che gli è stato sequestrato") al vescovo, chiedendogli, ove lo ritenesse opportuno, la sospensione a divinis, ma di aver ricevuto dal suo superiore l'invito a continuare a fare ciò che faceva prima dell'atto della polizia giudiziaria.

E tra i documenti rinvenuti nell'abitazione di don Antonello verrà trovata anche una copia della lettera delle sue dimissioni indirizzata al vescovo già nel 2010. Rimarrà senza alcun seguito.

Adesso Don Tropea, che si trova ai domiciliari che sta scontando fuori dalla Calabria, è stato riconosciuto colpevole di prostituzione minorile. I suoi legali Andrea e Giuseppe Alvaro si ritengono comunque molto soddisfatti dell'esito del procedimento in riferimento soprattutto all'assoluzione di cinque capi di imputazione. Gli avvocati reggini hanno già annunciato che dopo il deposito delle motivazioni da parte del gup Aragona ricorreranno in Appello.
fonte:angelo panzera per il dispaccio.it

sabato 4 giugno 2016

LA MEMORIA DEL PASSATO PER VIVERE IL PRESENTE - DALLA PENNA DI NINO GRECO IL RACCONTO BREVE " RECUMETERNA " ( U RICUONZULU,IL PRANZO CHE GLI AMICI MANDANO NELLA CASA DEL DEFUNTO)





- Oh patri ! ‘issi a mamma u veni a casa ca u nonnu s’aggravau!- urlò Sarineju, entrando nella cantina dove Ciccu stava giocando a patruni e sutta. Un’aria gravida di tanfi colmava ogni angolo di quella bettola. Su quei tavoli spogli e nei bicchieri mezzi vuoti gli avvinazzati ci lasciavano gli occhi.
   Ciccu tracannò con un sol colpo di gargarozzo quel vino di cui era patruni, si asciugò la bocca con la manica della giacca, si alzò e, flemmoso, uscì.
    Era l’ennesimo allarme che sua moglie lanciava.  

Non appena Pascali, il padre di Ciccu, allettato, emetteva un fischio e tre ronfi di seguito lei si allarmava: 
- Trasiu  ‘n gonia - pensava, e mandava subito a chiamare il marito. 
   E lui era sempre lì. La cantina era la sua seconda casa e anche più confortevole del basso, dove viveva con i suoi otto figli, la moglie, padre e madre. Al pezzo di orto ci pensavano i vecchi, lui faceva qualche mezza giornata come spaccalegna, ma solo di mattina, il pomeriggio si caricava della bontà di quel vino che spuntava all’aceto e se lo trascinava fino a sera. 
  Ciccu s’incamminò verso casa, Sarineju gli corse dietro zumpando tra i fossi di acqua stagnante per evitare, così, di bagnarsi i piedi ‘ncajati e scalzi. Quella mattina, le scarpe le aveva prese suo fratello Rocco ed era andato a raccattare qualche litro di olive cadute dalle pendenze che davano sulla mulattiera che portava a Santa Vennera. Con dieci lire comprava un sigaro. Dare i soldi a sua mamma sarebbe stato inutile, tanto, sempre languide zuhe con sparuti fagioli avrebbe preparato da mangiare, e a lui come a tutti gli altri fratelli le zuhe gli uscivano dagli orecchi. 
   Famiglia ricca di sangue, ma povera 'n canna. Otto figli sputati uno dietro l’altro. 
- Diu 'i manda e a terra 'i crisci - diceva la mamma e giustificava le ingravidate. Già, Dio li mandava, ma loro, lei e Ciccu, ci mettevano la lena. Poi la terra dava loro solo lo spazio per camminare, a scaza. Crescevano col sole, l’aria e poco altro. 
   La più cumandivoli era Pascalina, la prima degli otto. Discipula i maistra e balia dei più piccoli. Aveva cucito, con una pezza di tarpa, dei pantaloni per i suoi fratelli. Tutti di criscenza, con l’elastico alla vita e con la spacca al cavallo, per i bisogni. Il bagno era arretu a sipala. Bastava abbassarsi e il più era fatto. 
   Ciccu arrivò a casa, trovò il padre a letto di agonia. 
-Sarineju, vai e chiama i previti, dinci ca u nonnu staci morendu- comandò, più per scrupolo che per altro. 
  Suo padre non poteva andarsene senza l’ultimo sacramento. Per ben due volte il prete non aveva amministrato l’estrema unzione: 
- Non vedete che sta dormendo e ronfa di sonno, non è agonia- e così, Don Sasà, se n’era tornato in canonica. Non voleva sprecare l’olio ssanto. 
- Ogni cosa ha il suo tempo – diceva 
- E poi l’estrema unzione è per i cristiani infermi. Non si amministra il sacramento a chi è in buona salute, anche se prossimo alla morte -. 
   Ma Pascali era malato e quel giorno non si svegliava. Il respiro affannato e cadenzato era diverso dal solito. Non si era ridestato, dormiva dal giorno prima ed era rimasto immobile, affossato nel materasso di coppe. Negli occhi semiaperti la pupilla si era nascosta sotto le palpebre e dava un’immagine grave. 
   Don Sasà arrivò seguito dal chierichetto, si accostò al capezzale e abbassò il capo per origliare i rantoli da vicino; ne fu certo: stimò per Pascali le ultime due ore della sua angosciata esistenza. Fece disporre una tovaglia bianca su un treppiedi in legno, in un piatto sei batuffoli di cotone, mezzo limone e della mollica di pane. Accanto al tavolo un vacile con acqua e un asciugamano. Il chierichetto lo aiutò a indossare la cotta e la stola viola; tirò fuori, da un astuccio di seta dello stesso colore della stola, il vasetto dell’olio santo, intinse il pollice e comincio a segnare col simbolo della croce: le palpebre, il naso, il labbro inferiore, il lobo delle orecchie, i palmi delle mani e i piedi. Ogni segno di croce tracciato col pollice era accompagnato dalla formula: 
-Per istam sanctam Unctionem, et suam piissimam misericordiam, indulgeat tibi Dominus quidquid deliquisti-. con la mollica e con il limone, butto tutto tra i tizzoni del focolare anche la poca acqua del vacile. 
   Ora, Pascali, poteva serrare gli occhi e spegnere i rantoli. Tutti i peccati commessi, con gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie con le mani con i piedi, furono così rimessi. 
   La sua vita era stata già un inferno, quali altri peccati avrebbe dovuto riparare? 
   Tirò ancora un giorno e finì. 
   Raccolsero le sue poche robe, le posero sotto il “lenzuolino” e imbottirono la bara. Ciccu, del padre, tenne una giacca e un calzone. Voleva anche le scarpe ma non poteva mandarlo scalzo nell'aldilà: gli sarebbe apparso in sogno maledicendolo per il resto della sua esistenza. Non poteva nemmeno sostituirle con le sue, consumate e lerce: dentro la bara tutti avrebbero visto i buchi nelle suole. 
   Gli vennero in mente i racconti degli incubi di Gianni Spulicatroje, suo vecchio compagno di cantina, che aveva levato il dente d'oro al padre appena morto e per lui erano cominciati i tormenti. Tutte le notti il padre gli appariva in sogno intento a mordere nu jhiancu di pane e poiché non riusciva a morsicare gli scaraventava ogni maledizione. 
   Pensò che fosse colpa del vino, carico di bisolfito, che Onna Ciccia gli misurava nella solita cannata, se quelle visioni tornavano puntuali. Provò a non bere vino per qualche giorno ma nulla: i sogni angosciosi tornavano. 
   Poi anche Gianni se ne andò. Il medico gli aveva detto rudemente della sua malattia: - hai l’acqua nda panza! 
- Dottori vi sbagghjiati, non è possibili l’acqua ‘nda me panza! Jeu ‘mbippi sempri vinu! A mmenocchè ja ‘pputana i onna Ciccia non llongau u vinu cu ll’acqua! 
   Aveva risposto cosi alla diagnosi del medico. La cirrosi gli aveva chiuso i giorni, ma aveva fatto in tempo, con una sceneggiata, ad accusare Onna Ciccia di mescere acqua col vino di Barbàra. 
   Sbarazzarono il basso e lo pararono a lutto, al centro su due trispiti e due tavole: la bara. S’erano preoccupati di serrare, con un fazzoletto, la mascella di Pascali. Sembrava riposasse in compagnia di un forte mal di denti, ma gli erano rimaste solo le gengive.
Figli e nipoti erano lì, muti e spiritati. Una bocca in meno da sfamare, un posto libero per dormire.
- C'a nonna mi curcu ijeu!- si era accaparrato Sarineju pregustando il materasso del nonno. 
   Arrivò Don Sasà, stavolta con due chierichetti: uno con la croce e l’altro con l’acquasanteri e, dentro, l’aspersorio. 
-Requiem aeternam dona eis, Domine; et lux perpetua luceat eis. Requiescat in pace. Amen-. 
    Si segnarono tutti in bisbiglio confuso. Don Sasà usci. 
   Onna Genia fu lì. La sua sagoma nera reggeva il braciere poggiato in testa, le sue mani dietro la nuca aprivano le braccia e davano un’immagine statuaria. Lei era già al centro della strada e alla spicunera che apriva alla via principale che portava in chiesa, scalza e misteriosa. Anticipava l’ultimo tratto di cammino del povero Pascali, voleva donare luce per fare attraversare agevolmente l’ultima gola di tenebre, e legare la sua anima al fumo che si elevava per l’abbraccio col divino. 
   A Don Sasà non garbavano nè Onna Genia nè il suo rito: un misto tra il sacro e il pagano. Diceva che il braciere era cosa di saraceni e nulla aveva a che vedere con i riti cristiani e che, per giunta, era un vecchio arnese per preghiere rivolte agli dei, dai greci e dai romani, ma non poteva farci niente. Onna Genia partecipava senza essere invitata nè compensata. Poteva mancare la banda, ma Onna Genia no. La sua assenza da un funerale poneva dubbi timori e paure, spesso anche maldicenze. 
   L’aria bruna del vespero d’autunno aveva accompagnato Pascali o' puntuni du Russu, lo stringi mano fu veloce e se ne tornarono a casa. Anche Onna Genia se ne tornò e col braciere al fianco, 
-Paci all’anima sua, finiu i patiri - dicevano tutti. 
   Lui sì aveva davvero chiuso con i patimenti, ma sapeva di lasciare sulla terra figli e nipoti in un mondo dove le sofferenze si accavallavano. 
Cummari Cuncetta finì di apparecchiare sulle tavole poste sui trispiti, dove fino a qualche ora prima vi era la bara. Tovaglia da tavola a quadri rossi e bianchi, le posate per l’occasione e già due fiasche impagliate nascondevano il colore scuro del magliocco di Barbàra. Era l’ora della consolazione. Dopo i giorni del lutto, gli addolorati riassaporavano i cibi. Già, era così per chi abitualmente mangiava almeno un pasto al giorno, ma per la famiglia di Ciccu ciò che si stava preparando era una mera novità.
   In quella casa si mangiava quando si poteva e non per mancanza di tempo. Mai si era vista una tavola imbandita, come quella che si era parata ai loro occhi. Solo qualche festa ricordata o poco altro.
   Sarineju si sedette accanto al padre; assaporò una fetta di pane, per rompere la timidezza, mentre il vapore della minestrina al brodo di pollo gli riempiva le sue narici.
-Patri, chi jè, m’a pozzu mangiari- chiese Sarineju al padre, il quale senza indugiare lo invitò a mangiare.
   Sarineju, così come i suoi fratelli, ingurgitò la pastina in brodo e le polpettine di pollo, poi con gli occhi rivolti ancora al padre fece intendere che voleva continuare, mettendo mano ai cosciotti al petto e alle e ali. Ciccu diede cenno di assenso. Seguirono crocchette di riso e patate, poi melangiani chini, formaggio e per la prima volta videro sulla tavola una provola intera. Il padre ne affettò un po’ e la diede ai figli ormai sfamati e intenti a ingoiare quanto si poneva alla loro visione. Masticavano e si guardavano. Gli sguardi s’incocciavano silenti. Tutto sembrava irreale, quegli odori di cibi avevano rotto il tanfo di muffe e di terra.
   Era rimasto niente nelle insalatiere. La sazietà traspariva dai volti di grandi e piccini. Il silenzio, ora sì, donava pensieri al morto.
   Sarineju poggio la testa sul braccio del padre, Ciccu si girò e lo guardò, nei piccoli occhi neri lesse sazietà, e rilassatezza.
   Il ragazzo si alzò, si avvicinò all’orecchio del padre e sottovoce, per evitare l’ascolto agli altri, chiese: 
-Patri, e ora quando mori 'a nonna?

Nino Greco é nato ad Oppido Mamertina ma risiede e lavora a Milano. Ha scritto varie novelle ed un romanzo, La Tana del Fajetto, Pellegrini Editore.

venerdì 3 giugno 2016

DOVE SI COLTIVA LA MARIJUANA IN ITALIA ? LA MAGGIOR PARTE IN CALABRIA. MA ANCHE IN SICILIA E SARDEGNA: ECCO LA MAPPA





La più potente organizzazione criminale italiana, la 'ndrangheta, è anche il primo coltivatore di canapa indiana. Un terzo della marijuana e dell'hashish made in Italy, dicono i sequestri di polizia realizzati, è prodotto in Calabria. Nella provincia di Vibo Valentia, che ha solo 163 mila abitanti e comprende cinquanta comuni in tutto, nel 2015 sono state individuate e distrutte 15.519 piante di canapa, a Reggio Calabria 13.132. Sono i due picchi italiani.

Il report mensile della Direzione centrale dei servizi antidroga racconta che, solo nella provincia di Reggio, lo scorso aprile carabinieri, polizia e finanza hanno sradicato 670 piante. Seicentosettanta in un mese. Sulla coltivazione della canapa indiana in Aspromonte si è creata una collaudata economia di scala che segue lo schema messo a punto per i sequestri di persona: si coinvolge, facendolo lavorare, il territorio. C'è chi individua i campi adatti, e sufficientemente nascosti, chi si occupa dell'irrigazione (a goccia, più difficile da individuare). Chi sorveglia, chi trasporta il prodotto raffinato sui mercati urbani. La manovalanza è tutta calabrese. Per investigare in questi territori i carabinieri devono calarsi di notte dagli elicotteri, a chilometri di distanza dai luoghi individuati, e poi raggiungerli con marce rapide e silenziose.

Le piantagioni avvistate - spesso con i droni - e poi abbattute sono il venti per cento del coltivato reale, un quinto. Tuttavia, diverse operazioni delle ultime stagioni hanno smantellato gruppi criminali piccolo-medi, tanto che l'esplosione dei sequestri giudiziari del 2012 - oltre quattro milioni di piante - si è fortemente ridimensionata scendendo a 122 mila nel 2014 e collocandosi a quota 138 mila l'anno scorso. A Filogaso, siamo sempre in provincia di Vibo, duemila piante avrebbero prodotto una tonnellata di marijuana l'anno: distrutte. Terreni larghi come due campi di calcio destinati alla canapa sono stati scoperti a Platì e Martone, nel Reggino. A Santo Stefano in Aspromonte, in alta montagna, e a Natile di Careri.

In Calabria, ma anche in Sicilia e in Sardegna, si produce la migliore erba italiana, oggi paragonabile a quella albanese mentre "l'olandese" possiede un principio attivo quattro volte superiore. Marijuana e hashish valgono da sole metà del mercato clandestino italiano delle droghe. E la canapa a chilometro zero, abbattendo il costo di trasporto, finisce sul mercato a 7 euro il grammo quando il "marocchino" è sugli 8-9 euro. Una solo pianta ne vale 400.

La seconda terra della marijuana autoctona è la Sicilia, dove è stato ucciso - nella notte tra martedì e mercoledì, nelle campagne di Marsala - il maresciallo capo Silvio Mirarchi. L'anno scorso nella regione sono state eradicate 23.984 piante. La riconversione agricola a canapa si è sviluppata, per esempio, nel Ragusano. Nel Catanese le aree calde sono attorno a contrada Palma. L'ultimo sequestro nel Trapanese, a Calatafimi Segesta, valeva 35 milioni di euro. L'allevatore che cresceva la canapa tra gli ulivi e il mais ai carabinieri ha detto: "Credevo fossero piante aromatiche ". Tra le contrade Ciavolo e Ventrischi, il luogo dell'agguato al carabiniere, le piante erano in serra, ma nel resto della Sicilia è facile trovare campi a cielo aperto. E queste stagioni, calde anche d'inverno, regalano fino a sei raccolti l'anno.

Al Sud, ecco, si certifica il 68 per cento dei sequestri. Nel quadrilatero tra Castellammare di Stabia, Gragnano, Casola di Napoli e Lettere venti tonnellate nel solo 2015. Per entrare nella Giamaica alle porte di Napoli il Decimo battaglione Campania e gli esperti del Club alpino hanno avanzato machete in mano individuando, alla fine, cinque piantagioni su terreno demaniale: impossibile avvistarle dall'alto. Piante alte quattro metri erano protette da sistemi d'allarme: fili rasoterra con campanelli appesi. I semi, imarijleros dei Monti Lattari, li avevano avuti dai capibastone d'area.

La Toscana mostra una singolare diffusione della cannabis, in particolare nelle province di Massa e Prato, terza per sequestri. La piccola Savona registra interventi giudiziari cinquanta volte superiori rispetto alla vicina Genova, Bergamo il doppio di Milano. A Roma, 3.292 piante distrutte nel 2015, il vivaio di riferimento era sotto terra, tra il Quadraro e Tor Pignattara: un sotterraneo lungo un chilometro che seguiva la vecchia linea metropolitana lambendo una sede di Banca Italia.

La terra migliore per far crescere la marijuana (dalla pianta della canapa) e dell'hashish (dalla sua resina) resta la Sardegna. Suolo con buone capacità nutritive, temperature medie tra i 19 e i 25 gradi, umidità alta. La canapa, oggi, viene coltivata nei terrazzi delle case dell'Oristanese, negli orti, nei giardini, in anfratti protetti, con piantine messe a dimora in filari, sorrette da steli di ferro e spago per farle crescere diritte. Nel Nuorese, l'Ogliastra in particolare, "le condizioni
climatiche ne rendono facile la coltivazione con ottima resa e qualità in termini di principio attivo", ha spiegato Mauro Ballero, direttore dell'Orto botanico dell'Università di Cagliari. In provincia di Nuoro i sequestri, nel 2015, sono stati 8.600.

fonte:corrado zunino per repubblica.it

giovedì 2 giugno 2016

GIALLO A BELMONTE CALABRO : GIOVANE TROVATO CARBONIZZATO NELLA FABBRICA DEL SUOCERO




BELMONTE CALABRO Ci sarebbero alcune contraddizioni nelle dichiarazioni rilasciate nel corso dell'interrogatorio per comprendere le cause del decesso di Francesco Cervino. Il giovane di 27 anni il cui corpo è stato rinvenuto carbonizzato all'interno della fabbrica di calze distrutta dall'incendio divampato attorno alle 22 di martedì scorso, in località "Annunziata" di Belmonte Calabro. Proprio per ricostruire l'esatta dinamica di quanto successo quella notte, gli inquirenti hanno sentito diverse persone che, stando ad alcune indiscrezioni, avrebbero offerto una versione dei fatti non prive di elementi contrastanti.
La fabbrica, molto nota non solo nella zona, è di proprietà di Antonio Picone suocero della vittima. L'uomo assieme ad altre persone sono state ascoltate a lungo a Paola dai carabinieri e dal sostituto procuratore Maria Camodeca che assieme al procuratore capo Bruno Giordano stanno cercando di dipanare il giallo.
Per venire a capo di questo caso, gli inquirenti sono in attesa degli esiti dell'autopsia in corso all'ospedale di Cetraro. I medici dovranno stabilire se il 27enne è morto prima che il suo corpo fosse avvolto dalle fiamme o a seguito proprio dell'incendio. Un distinguo che consentirebbe agli inquirenti di battere su una pista più chiara. Al momento, infatti, dalla Procura di Paola non si esclude alcuna ipotesi, anche quella
Anche se a chiarire i contorni della vicenda che ha portato alla morte del giovane potrebbero concorrere altri elementi. A partire proprio dall'incendio che, stando a quanto appurato, sarebbe di natura dolosa. A scoprire il corpo carbonizzato dell'uomo sono stati i carabinieri del comando di Paola e i vigili del fuoco intervenuti per spegnere il rogo.
Intanto c'è sgomento a Belmonte per quanto accaduto. La famiglia del giovane, padre di un bambino, ma soprattutto quella del suocero è molto conosciuta nella cittadina del Tirreno cosentino. Antonio Picone, oltre ad essere un imprenditore, è un esponente politico locale: alle ultime competizioni comunali è risultato il primo eletto nella lista guidata dal candidato sindaco Giancarlo Pellegrino.
fonte:roberto de santo corrierecal.it

ERA DI CATANZARO IL MARESCIALLO UCCISO A MARSALA - IL CORDOGLIO DELLA CITTÁ




Il maresciallo dei carabinieri Silvio Mirarchi, 53 anni, originario di Catanzaro, vicecomandante della stazione dei carabinieri di contrada Ciavola a Marsala, potrebbe essere stato scambiato per qualcuno che voleva rubare piante di marijuana. Impegnati in controlli antidroga e su furti di prodotti ortofrutticoli, il maresciallo e il commilitone si sarebbero mossi in una zona dove vi sono serre e piantagioni di canapa indiana. Una di queste sarebbe stata vigilata da un paio di persone, che avendo notato i due in borghese hanno esploso contro di loro diversi colpi di arma da fuoco. Solo un colpo, però, ha raggiunto il maresciallo Mirarchi, perforandogli un rene. 
Nella punta Ovest della Sicilia tra Marsala e Mazara del Vallo, dove lavorava il carabiniere ucciso, da anni vengono scoperte decine di piantagioni di marijuana, in serra o in campi liberi nascosti da canneti o altre essenze vegetali. Un paio di settimane fa due romeni erano stati presi a fucilate in un'altra zona di campagna tra Marsala e Mazara del Vallo dai custodi di una piantagione di canapa indiana. Uno di loro, ferito, era riuscito a fuggire. Dell'altro, invece, si sono perse le tracce. Qualche giorno dopo un cadavere carbonizzato e' stato rinvenuto a circa un chilometro di distanza. I carabinieri stanno indagando, anche con accertamenti del Ris e impiego di cani "molecolari" della polizia, per stabilire se il cadavere è quello del romeno scomparso. L'episodio ha fatto scoprire la piantagione e ha portato all'arresto di quattro persone (delle quali non sono state ancora fornite le generalitaà accusate, per ora, solo di coltivazione di canapa indiana.
IL CORDOGLIO DI ABRAMO Per il sindaco Sergio Abramo si tratta di «una notizia terribile, un dolore che colpisce tutta la nostra comunità. Sono letteralmente sgomento per la vigliacca uccisione del maresciallo Silvio Mirarchi, il nostro concittadino caduto nell’adempimento del proprio dovere durante un’operazione antidroga nelle campagne di Marsala. Un assassinio brutale, assurdo, a tradimento che non può restare impunito. In questo momento drammatico, il mio pensiero va innanzitutto alla famiglia, a cui il destino ha arrecato il più insopportabile dei dolori, ma anche alla sua seconda famiglia, l’Arma dei Carabinieri, che continua a versare un grave contributo di sangue alla lotta contro la criminalità. Anche se il maresciallo Mirarchi era da tanti anni trapiantato in Sicilia, le sue radici erano qui, nella nostra città, dove risiedono anche i suoi congiunti. A loro ci stringiamo, dicendo che il loro dolore è il nostro dolore».
fonte:corrieredellacalabria.it

mercoledì 1 giugno 2016

PATRIMONIO DI QUASI 350 MILIONI DI EURO CONFISCATO AD IMPRENDITORE OLEARIO DELLA PIANA DI GIOIA TAURO - VILLE, ALBERGHI, TERRENI E SOCIETÁ PER LA DDA DI REGGIO SONO IL FRUTTO DI TRUFFE




REGGIO CALABRIA Grazie a contributi comunitari indebitamente percepiti, agevolazioni fiscali e artifizi contabili, negli anni è riuscito ad accumulare un impero, ma l’epoca d’oro del re dell’olio della Piana di Gioia Tauro è finita. È di oltre 324 milioni di euro il valore del patrimonio confiscato oggi a Vincenzo Oliveri, imprenditore della Piana di Gioia Tauro, divenuto un punto di riferimento nazionale tanto nel settore agricolo, come in quello alberghiero e dei servizi. Case, ville, alberghi, terreni, automezzi, titoli, disponibilità finanziarie aziendali e personali, società attive in Calabria, Abruzzo ed Emilia Romagna - tutte riconducibili alla famiglia Oliveri - sono state confiscate per ordine della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, su proposta della procura. 
Fin dagli anni ’80, coinvolto insieme al padre Matteo Giuseppe Oliveri, oggi defunto, e al fratello Antonio, da tempo stabilitosi in Abruzzo, in numerosi procedimenti penali per la commissione di reati associativi finalizzati alla truffa aggravata, frode in commercio, emissione ed utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti strumento prediletto per ottenere indebitamente i contributi Aima (ora Agea), erogati nel settore agricolo, per la produzione, lavorazione e commercializzazione dell’olio d’oliva, Olivieri - grazie a provvidenziali assoluzioni o prescrizioni del reato - per lungo tempo è riuscito a dribblare misure di natura patrimoniale.
Solo nel 2010, per ordine del gip di Palmi su richiesta della Procura, è stato arrestato insieme al padre e al fratello per associazione a delinquere, truffa aggravata ed altri reati tutti relativi all’indebita percezione di contributi erogati ai sensi della legge 488. Uno strumento concepito per stimolare lo sviluppo nel Mezzogiorno ed in altre aree depresse del Paese, grazie alla concessione di contributi, in parte a fondo perduto, ma che agli Oliveri di fatto servivano solo per aumentare il capitale sociale di altre imprese a loro riconducibili, tali da renderle in grado di percepire nuovi contributi. Quei fondi della 488, nelle intenzioni del legislatore necessari a rilanciare lo sviluppo del Sud, per il gruppo Oliveri erano dunque solo un ingranaggio di un meccanismo finanziario destinato a accumulare rendite. Tutte evidenze in base alle quali, all’epoca, il Tribunale di Palmi aveva disposto il giudizio per i tre e il sequestro penale di beni per 18 milioni di euro riconducibili al gruppo, corrispondenti ai contributi illecitamente percepiti.

fonte:alessia candito per corrieredellacalabria.it