mercoledì 6 aprile 2016

QUANDO SCIENTEMENTE FACCIAMO IL MALE DELLA CALABRIA ( MA TANTO ORMAI......)

Vi segnalo il messaggio di Salvaggia Lucarelli postato  su facebook. Dice quello che la maggioranza dei calabresi pensa dei governanti calabresi.Quelli di ieri, di oggi e, mi dispiace dirlo, forse anche di domani. Non ci sono altre parole. Anzi si. Una cosa che la Lucarelli non ha segnalato: manca un sito di riferimento!Chi paisi, chi paisi....

Sulla rivista di bordo di Ryanair c'è la pubblicità della regione Calabria (che farà il giro dell'Europa) con tanto di loghi che indicano la sponsorizzazione della regione e non solo. Ora, la sciatteria e il degrado di un paese le capisci anche da queste cose. Non so chi sia il grafico/pubblicitario/copy che s'è occupato di questa pagina ma immagino sia un bambino di otto anni o un alcolista o il nipote del cugino del fratello di un qualche assessore del turismo calabrese ma ditemi voi se è possibile che : a) il titolo sia un mesto arial bianco che si vede malissimo e non è manco centrato. b) velo pietoso sui puntini di sospensione in un titolo (con la minuscola dopo). b) nella scritta in fondo "sistema aeroportuale" sia scritto "sistema aeroportualeR".
Peracottari tutti. Chi ha incaricato dei peracottari, chi non ha visto gli errori dei peracottari e chi paga dei peracottari per lavorare con tutti i grafici/pubblicitari/copy bravi che fanno la fame.
L'altro Paradiso non è la Calabria. E' il posto in cui per questa mediocrità non c'è spazio. (la Calabria è una regione bellissima, merita di più. Ribellatevi amici calabresi.)
p.s.
Sì, magari anche le ciavatte sullo scoglio le avrei tolte, ecco. Pure il mezzo culo del tipo in mezzo, ecco.





martedì 5 aprile 2016

OPPIDO, LA PROCESSIONE( SENZA INCHINI) DI M.SS.ANNUNZIATA: VIDEO







Tanta gente, ma anche tante forze dell´ordine mimetizzate tra i fedeli, alla prima processione dopo i due anni di riposo forzato ordinato dal vescovo della diocesi Francesco Milito, in seguito ai fatti avvenuti durante la processione di M.SS.delle Grazie nel luglio del 2014.
A mezzogiorno in punto, come vuole la tradizione, l´imponente statuta della Madonna, patrona della cittá e diocesi di Oppido, si é snodata per le vie del paese seguita da migliaia di fedeli e senza effettuare soste di alcun genere( neanche davanti all´ospedale come ha fatto per decenni) se non per permettere il cambio ed il riposo dei portatori. Altra novitá , le autoritá civili e militari seguono e non precedono la statua come finora é sempre stato.
Dopo appena un´ora ( ricordiamo che per la recente ordinanza le processioni non possono durare piú di due ore) la statua ha fatto rientro in Cattedrale tra due ali di folla.
L´omelia del vescovo, che ha concelebrato la messa insieme ad un centinaio di sacerdoti provenienti da tutta la diocesi, ha concluso i festeggiamenti.
In settimana la statua fará ritorno nella sua teca dove resterá fino al  15 agosto data in cui verrá riportata nuovamente in processione.


A PROPOSITO DEI VELENI CHE AMMAZZANO DI CANCRO LA CALABRIA



TERMOVALORIZZATORE DI GIOIA TAURO

LAMEZIA TERME «Iam non ha nessun tipo di problema, è la popolazione che ha il problema... il problema degli odori: ormai esce su tutti gli impianti... delle vostre acque». Antonio Curcio, legale rappresentante della Ecosistem – ditta lametina che lavora nel settore rifiuti – si confronta al telefono con Vincenzo Lisandrelli, il manager che gestisce per conto dell'Eni i rifiuti liquidi prodotti nel Centro Oli di Viggiano. Si tratta di uno dei passaggi più importanti del filone dell'inchiesta "Tempa rossa" – lo scandalo che ha portato alle dimissioni l'ex ministro Federica Guidi – che tocca la Calabria. Che, questa volta, non è al centro di mazzette e corruzione ma è stata raggiunta da un traffico di rifiuti: vantaggiosissimo per le tasche di imprenditori e manager del colosso energico, molto pericoloso per i cittadini e per l'ambiente. La Iam (sta per Iniziative ambientali meridionali) gestisce il depuratore di Gioia Tauro, un impianto che – scrive la Procura di Potenza – non era in grado di trattare i rifiuti pericolosi che giungevano dalla Basilicata. Per questo motivo Giuseppe Fragomeni, amministratore delegato della ditta ed ex dirigente della Regione, è indagato. Il trucco, secondo i magistrati, era semplice quanto rischioso: bastava modificare il codice dei rifiuti, facendo finta che fossero normali reflui, e recapitarli a impianti "regolari", in giro per l'Italia. In Calabria, due di essi non erano autorizzati a gestire scarti pericolosi, eppure lo hanno fatto. È successo a Gioia Tauro (con la Iam, appunto) e Bisignano, nel depuratore della Consuleco (il cui legale rappresentante, Vincenzo Morise, è indagato al pari di Fragomeni). Curcio ribadisce che il problema c'è: «Allora, ti dico la verità... il problema della... del cattivo odore c'è su tutti gli impianti. Ora è peggiorato con il caldo, quindi dobbiamo vederci un attimino perché qualcosa si riesce a fare, ma dobbiamo farlo... lì a Viggiano, dobbiamo vedere un attimino di poter fare qualcosa lì su... su Viggiano. Cioè dobbiamo dare lì qualcosa, qualche trattamento, qualche prodotto da poter mettere affinchè... viaggiamo un attimo tranquilli per tutta l'estate». Il problema è quello di «viaggiare tranquilli»: nessuno sembra preoccuparsi dell'ambiente e delle conseguenze di quei trattamenti. Sparito il cattivo odore, spariranno anche i problemi con i cittadini.
MIGLIAIA DI TONNELLATE Ma l'odore non è l'unico problema che emerge dalle carte dell'inchiesta. L'immane mole di rifiuti liquidi prodotta nel Centro Oli ha bisogno di essere smaltita. A questo scopo, scrivono i magistrati, «Eni ha posto in essere una vera e propria organizzazione, che seppur inquadrata amministrativamente dai due contratti stipulati rispettivamente con i Raggruppamenti Temporanei d'Imprese Ireos e Ecosistem, di fatto è finalizzata al traffico illecito dei rifiuti». La Procura indaga su due anni, il 2013 e il 2014, nel corso dei quali migliaia di tonnellate di rifiuti pericolosi sono arrivate nei due impianti calabresi che non avevano i mezzi per trattarle. Si tratta di 28mila tonnellate giunte a Gioia Tauro e circa 3.200 iniettate nel depuratore (e nell'ambiente) a Bisignano. In entrambi i casi, il consulente nominato dagli uffici giudiziari ha evidenziato che «i rifiuti liquidi provenienti dalle due vasche (del Centro Oli, ndr) dovevano essere caratterizzati con i codici CER 19 02 04 (miscugli di rifiuti contenenti almeno un rifiuto pericoloso) e 13 05 08 (miscugli di rifiuti delle camere a sabbia e dei prodotti di separazione acqua/olio), entrambi pericolosi». Il codice assegnato, invece, era decisamente tranquillizzante e riservato agli scarti non pericolosi.

GLI ALTRI IMPIANTI Ci sono altri due impianti calabresi nell'inchiesta lucana. Entrambi, però, sono autorizzati a gestire i reflui in arrivo dalla Basilicata. Si tratta dei depuratori di San Pietro Lametino, gestito dalla Econet, e Crotone, di proprietà del gruppo Vrenna.

MILIONI DI EURO IN BALLO La regola aurea è accumulare denaro senza tenere conto delle conseguenze per l'ambiente. È l'ingiusto profitto uno degli aspetti dell'inchiesta che, ancora, passa per la Calabria. E tocca la solita Ecosistem. Questa tranche investigativa è collegata ovviamente agli aspetti economici legati al ciclo dei rifiuti programmato dall'Eni nell'ambito della filiera che include Gioia Tauro e Bisignano. «A fronte dell'ingente movimentazione e smaltimento di rifiuti – scrivono i magistrati –, si produceva un consistente ritorno economico per tutte le parti in causa, concretizzatosi sostanzialmente in un sostanziale risparmio per la committente Eni e in un ingiusto guadagno per gli impianti di smaltimento che, grazie alla "pilotata" e più favorevole classificazione del rifiuto, avevano potuto trattare il rifiuto celando, sotto una parvenza di legalità, un vero e proprio traffico illecito». Soldi per tutti, dal produttore (di rifiuti) a chi li smaltiva senza disporre di impianti adatti. La Ecosistem è una delle capofila nel sistema dei trasporti che ha permesso a Eni di risparmiare milioni di euro. La società, infatti, ha versato tra il 2013 e il 2014 – per smaltire i rifiuti classificati come "non pericolosi" – 21 milioni a Ireos e 11,4 milioni alle imprese del raggruppamento guidato da Ecosistem. Senza il "trucco" sulla classificazione dei rifiuti, secondo l'accusa Eni avrebbe speso tra 10 e 37 milioni in più (le cifre sono calcolate richiedendo preventivi ad altre società del settore).

INDAGATI CALABRESI Sono sei i calabresi indagati nello scandalo del Centro Oli di Viggiano. Si tratta degli amministratori della Ecosistem Salvatore Mazzotta, 43 anni, residente a Montepaone; Rocco Antonio Aversa, 53 anni, residente a Lamezia Terme; Antonio Curcio, 49 anni, residente a Lamezia Terme; di Giuseppe Fragomeni, 73 anni, e Maria Rosa Bertucci, 57 anni, rispettivamente amministratore unico e responsabile tecnico della Iam; e di Vincenzo Morise, 69 anni, amministratore unico della Consuleco.

fonte:pablo petrasso corrieredellacalabria.it

lunedì 4 aprile 2016

A PROPOSITO DI QUANTO SUCCESSO AD OPPIDO, ECCO COSA SCRIVEVA DUE ANNI FA VITO TETI.

Riprendono oggi, con la processione a mezzogiorno della Madonna Annunziata patrona della cittá e della diocesi, le  "manifestazioni di pietá popolare " sospese due anni fá dopo i cosiddetti " fatti di Oppido ". In quell´occasione Vito Teti, antropologo e docente universitario, scrisse questa riflessione che oggi vi ripropongo.





Tutta la Calabria è come Oppido Mamertina

Il j'accuse di uno dei più importanti intellettuali calabresi: «Per dare speranza alla regione bisogna partire da questa scomoda verità»

C’è una cappa mediatica e un’opa identitaria angusta sulla Calabria. Te ne accorgi quando vai fuori, in Italia e all’estero, e provi un senso di sollievo, misto ad amarezza, nel non leggere (su carta o su tanti siti web) commenti, riflessioni, retoriche identitarie che affossano la nostra regione, ne annullano il senso critico, un vero e problematico, sofferto, sentimento dell’appartenenza, incoraggiano alla lamentela, al rivendicazionismo immotivato, al rifiuto di ogni assunzione di responsabilità
Provo a riassumere, in maniera riduttiva e schematica, le “tesi” che mi capita leggere su giornali, riviste, siti, facebook – che ormai stancano e sono anche illeggibili, nella loro ripetitività, nella loro inconsistenza analitica, nella loro incapacità di sguardo prospettico e di alimentare speranza a partire dal sé e non da quello che dicono gli altri. Cosa sostengono i portavoce dell’identità assediata? 1. La Calabria è oggetto di attacchi, incomprensioni, calunnie esterne e questo spiega la sua “arretratezza”, la sua marginalità. 2. Il problema della Calabria non è la ‘ndrangheta, non è la malapolitica, non sono i calabresi, ma sono gli altri, la stampa del Nord, chi non comprende una regione bella e ricca, accogliente ed ospitale. 3. La ‘ndrangheta del passato aveva dei valori popolari ed era anche risposta all’aggressione dei colonizzatori esterni. 4. La ‘ndrangheta è una continuazione del brigantaggio ed esprimeva anche i sentimenti di giustizia delle popolazioni. 5. Tutti i guai della Calabria e del Sud cominciano con l’unificazione nazionale: prima c’era l’Eden, lo “sviluppo”, la primitività genuina, adesso tutto è stato corrotto dagli altri, dai forestieri, dai nemici esterni. Come se la Calabria e il Sud non avesse partecipato, con i suoi ceti politici e dirigenti, al degrado, all’avvelenamento, alla corruzione del Sud e dell’intero paese. Come se scempi urbanistici, mancanza di tutela del territorio, incuria e incompiutezze, macerie e degradi non avessero visto come protagonisti interessati quanti poi piangono per la sfortunata e incompresa regione.
Giudici, studiosi, giornalisti seri che amano questa terra, ma non possono tacere, non possono assistere silenziosi non solo a questo degrado, ma anche alle spiegazioni che ne vengono date, spesso sono stati considerati traditori e calunniatori della loro terra, alla quale hanno dedicato, magari, una vita e, spesso, la vita. Il bersaglio dichiarato di molti commentatori è a volte la retorica dell’antimafia. Ora che l’antimafia abbia partorito anche interessi, spazi di potere, collocazione e visibilità poco edificanti, è sotto gli occhi di tutti. Ma ridurre l’opposizione vera alla criminalità sempre e comunque come un gioco di potere complementare alla delinquenza, diventa ingeneroso, calunnioso, pericoloso per quei giovani che non vogliono tacere, per magistrati e forze dell’ordine che sono in prima linea nel contrasto alla criminalità, per intellettuali, professionisti, gente comune che vivono nel rispetto delle regole, onestamente, e sono in prima linea nella difesa della legalità.
La parolina magica che accomuna tanti “maestri del pensiero”, notisti, fondisti è “garantismo” come se il garantismo possa diventare uno slogan, un invito ad assolvere i criminali e i loro sodali e sostenitori, e non una pratica democratica, una conquista civile e illuminata, valida sempre e per tutti. E invece i predicatori del garantismo sono garantisti con i giudici indagati e condannati, mai con i magistrati che contrastano il crimine, rischiando la vita, quotidianamente. Il garantismo è per quella Chiesa perdonista e predicatoria e non per quei parroci coraggiosi e veri che contrastano, nei fatti, non solo a parole, la criminalità e invitano alla legalità. Il garantismo è per gli imprenditori che rubano il danaro pubblico, sciupano i fondi europei, si arricchiscono nel giro di pochi mesi e mai per i giovani senza lavoro e che perdono il lavoro.
Il garantismo è sempre per i carnefici, mai per le vittime. Le garanzie vengono invocate, anche giustamente, per ogni cittadino, ma ci sono cittadini più degli altri. Se qualcuno ha commesso un reato, può stare più tranquillo di chi lo ha subito.
Adesso – dopo silenzi e omissioni della Chiesa – la presa di posizione e le parole profonde e vere del Papa mostrano che il Re è nudo, che non basta coprirlo con piccoli pannicelli sporchi, con commenti che ubbidiscono a interessi più o meno palesi, o semplicemente a bisogno di visibilità, al gioco di spararla grossa, ad analisi in cui si sostiene tutto e il contrario di tutto, a commenti nei quali, in maniera schizofrenica, si passa dall’indignazione parolaia estrema all’autoassoluzione più vergognosa. Adesso quanto accade ad Oppido – ma c’era bisogno di Oppido? Non bastavano i fatti di Sant’Onofrio e Polsi, le analisi e le descrizioni, pure di Sales, Saviano, Gratteri, Nicaso, Ciconte, Albanese, Baldassarro, Comito e tanti altri? – ci dice quanto radicate siano l’assuefazione, l’apatia, la confusione. C’era bisogno della voce di papa Bergoglio per fare capire come non sia possibile più nascondersi, ammiccare, giocare con revisionismi, informare in maniera tendenziosa, cedere alla lamentela. Credo che in molti dovrebbero almeno tacersi ed evitare, adesso, di dirci quanto ha ragione Papa Francecso e anche fare finta di stupirsi per Oppido. Tutta la Calabria, senza per questo dimenticarne bellezze e grandezza, generosità e slanci, è, purtroppo, in maniera diversa, una grande Oppido. Da qui bisogna partire, da questa dolente constatazione, da questa scomoda verità, se si vuole dare, davvero, speranza a questa terra.

AGGUATO NELLA NOTTE NEI PRESSI DI REGGIO CALABRIA : UN MORTO ED UN FERITO GRAVE


FLASH - Omicidio nel Reggino


CALANNA (RC) - Omicidio e ferimento in piena notte a contrada Sotira, di Calanna, piccolo centro aspromontano in provincia di Reggio Calabria. E' morto un uomo di 48 anni, Domenico Polimeno mentre risulta gravemente ferito ad un polmone ed al volto, un uomo che era con lui, Giuseppe Greco di 56 anni. Quest'ultimo risulta attualmente ricoverato in gravi condizioni agli Ospedali Riuniti di Reggio. Greco sarebbe un esponente di spicco di un locale clan di 'ndrangheta e che aveva da poco iniziato a collaborare con la giustizia. Collaborazione che però ad un certo punto si era interrotta.
Dalle prime notizie sembra che i due si trovassero affacciati al balcone quando sono stati raggiunti da una scarica di colpi. Il vero bersaglio probabilmente era il Greco a cui probabilmente non era stato perdonato il presunto pentimento. Nei mesi scorsi,tra l´altro, un presunto affiliato alla cosca dello stesso Greco, Antonio Princi, era rimasto ferito in un agguato mentre percorreva la strada che da Gallico porta a Gambarie. Due sicari l´avevano affrontato a colpi di pistola riuscendo soltanto a ferirlo.
Sul luogo dell´omicidio sono intervenuti due volanti degli uomini della Polizia di stato di Reggio Calabria, allertati da una telefonata al 113 di una donna straniera che in italiano stentato ha riferito di aver udito colpi d'arma da fuoco in zona Sotira.
Sono in corso indagini della polizia scientifica per capire l'esatta dinamica dell'episodio.

fonte:il quotidiano della calabria.it

venerdì 1 aprile 2016

" HANNO IMBAVAGLIATO LA PROCESSIONE " - LA RABBIA DEI PORTATORI DELL´ ANNUNZIATA : " NON CI FANNO GRIDARE EVVIVA MARIA "



Marzo 2014 processione di M.SS.Annunziata


«Hanno imbavagliato la processione per fare un dispetto alla mafia. Ma così l'hanno fatto a tutta la città».
A Oppido Mamertina si parla solo del nuovo regolamento che di fatto ha silenziato la storica processione dell'Annunziata, sospesa due anni dopo l'inchino del 2 luglio 2014 davanti casa del boss Giuseppe Mazzagatti e l'addio alla processione del comandante della stazione dei carabinieri Andrea Marino, con tanto di inchiesta dei pm. La processione è stata ripristinata dal vescovo monsignor Francesco Milito ma con regole più severe, formulate - dice la curia - sentendo fedeli e parrocchiani.I più arrabbiati sono loro, i portatori dell'immagine della madonna che, secondo la tradizione, avrebbe salvato la città dalla peste dopo il terremoto (il gran tremuoto) del 1783 dopo l'invocazione di una donna stanca di trasportare un carro pieno di morti. Una cinquantina di omoni che si danno il cambio in gruppi da 18 per portare i 16 quintali dell'Annunziata. Facce segnate dal lavoro nei campi, pelle abbrustolita dal sole che qui in Calabria picchia forte tutto l'anno e un cuore devoto all'Annunziata. «Noi siamo tutti operai, ce ne freghiamo di queste cose. Con la 'ndrangheta non c'entriamo niente», dicono al Giornale, anche se i pm sono di tutt'altro avviso. Il quadro sarebbe infatti addobbato con l'oro che i clan avrebbero donato alla Chiesa e gli affiliati alla ndrangheta tra i portatori della «vara» della madonna sarebbero numerosi. Secondo un dialogo captato dagli inquirenti «tre picciotti di basso rango» sarebbero stati ammazzati perché avevano rubato l'oro del quadro, poi recuperato e riportato nottetempo in chiesa. «Ma che colpa abbiamo noi, che cosa c'entriamo con la girata davanti alla casa del boss. Adesso non possiamo passare neanche dall'ospedale», replicano i portatori. Eh già, perché una delle regole ferree imposte dalla diocesi è che il quadro non faccia alcun inchino, neanche davanti all'ospedale per paura che quel gesto venga scambiato con l'omaggio a un boss anziano. E qui la rabbia per la decisione della curia monta. «L'ordinanza l'ha scritta il vescovo, ci hanno chiamato a noi portatori in riunione. Quando ci hanno detto delle regole non volevamo farla ma così avremmo bloccato le processioni degli altri paesi. E non volevamo creare il precedente. Noi la portiamo per non dare danno agli altri, che sennò ci danno dei mafiosi se non la portiamo. Noi siamo devoti all'Annunziata (piange...). Ci hanno dato una legnata ma va bene così». Il debutto delle nuove regole scatterà il prossimo 4 aprile. «Sarà una processione a lutto. Ci hanno detto che non possiamo nemmeno gridare Ora e sempre... Viva Mariaaa. E i malati poi? Di solito da via dell'Annunziata giravamo a destra verso l'ospedale. Ma dov'è finita la misericordia? Ma allora bruciate la Bibbia, bruciate i Vangeli... Il reato di un mafioso lo devono pagare tutti, i reati della Chiesa non li paga nessuno».La verità è che la Chiesa calabrese avrebbe potuto fare di più contro la 'ndrangheta. In Calabria tradizioni mafiose e liturgiche si intrecciano, il luogo simbolo dei clan è il santuario della madonna di Polsi, nel giuramento di affiliazione i mafiosi bruciano santini. L'arcivescovo metropolita di Reggio Calabria Giuseppe Fiorini Morosini solo recentemente ha avuto parole di condanna nette contro i boss, sebbene certi sacerdoti calabresi si muovano in una zona grigia, né più e né meno di come fanno certi poliziotti. 
L´impressione é che imbavagliare le processioni sia un dispetto solo ai fedeli.

fonte: felice manti il giornale.it




LA STRADA DELLA COCAINA PASSA DALLA CALABRIA


Risultati immagini per coca


Il fiume di cocaina che segna il perimetro dell’omicidio di Luca Varani, della violenza fredda e paranoide di Marco Prato e Manuel Foffo costituendone il presupposto, alimenta le voglie e le ossessioni quotidiane di tre milioni di italiani e ne scatena l’aggressività nelle strade e nelle case, esondando dai suoi argini da Milano a Roma, da Bologna a Siena, da Napoli a Palermo, per ritrovare la sua fonte rigeneratrice nella Locride e consegnare alle cosche calabresi un tesoro da trenta miliardi l’anno. È quello che il magistrato Nicola Gratteri definisce «il più grande affare nella storia della ‘ndrangheta».  

Tutto comincia e finisce in questa striscia di terra incantata tra lo Ionio e il Tirreno, dove la natura vince, l’uomo perde, lo Stato è ridotto a comparsa e le regole non valgono. A meno che non siano quelle delle famiglie mafiose, confuse da tempo con la buona borghesia cittadina e ormai composte da avvocati, notai, imprenditori e commercialisti. È la ‘ndrangheta con le scarpe lucide, quella che, per chiudere il cerchio, si è alleata anche con la massoneria. «Migliaia di uomini e donne che mangiano negli stessi ristoranti, dividono gli stessi affari e gli stessi discorsi, gli stessi teatri e le stesse parrocchie delle famiglie perbene, rendendo sempre più difficile la possibilità di distinguere il bene dal male. Solo una cosa è certa nel reggino: nulla è possibile senza che la ‘ndrangheta abbia dato il suo benestare», dice il procuratore capo della Repubblica Federico Cafiero de Raho. E mentre parla sembra appesantito. Come se avesse guardato una cosa nera e lontana e all’improvviso fosse stato costretto a ingoiarla.  

«La scorsa settimana abbiamo arrestato i vertici del sistema Reggio a cominciare dall’avvocato Giorgio De Stefano, dimostrando una volta di più che in questa provincia la ‘ndrangheta non è presente solo nei grandi appalti, ma costringe le persone a piegarsi ai propri voleri anche per le singole ristrutturazioni casalinghe. Devi cambiare gli infissi? In quella via c’è la nostra azienda. Alberghi, ristoranti, negozi, nulla sfugge. E nessuno può crescere in un sistema in cui molti imprenditori vanno a cercare le famiglie prima che le famiglie cerchino loro. Chi può manda i figli a studiare altrove. Chi non può si adegua. La paura ha spinto tanti ad arrendersi. Eppure noi siamo qui. E qualcosa piano piano si muove». Ma come lo Stato si muove la ’ndrangheta reagisce. Come in questi giorni. Colpi d’arma da fuoco, minacce fisiche, auto in fiamme e biglietti intimidatori che contengono un ultimo avviso. «Viri chi porci campanu pocu». Vedi che i maiali hanno vita breve  
Per combattere le organizzazioni mafiose il governo investe due miliardi e mezzo l’anno. La sola ‘ndrangheta ne fattura 44. La capacita economica delle famiglie è enorme. E il 66% di queste entrate è fatto di cocaina.........
Anche la camorra ci si è messa d’impegno, ma nessuno è bravo come i calabresi sul mercato internazionale della coca, nessuno conta quanto loro, capaci di stringere rapporti blindati con i colombiani, considerati duri quanto i messicani e però più affidabili. «Non amo fare l’elogio della criminalità, ma la considerazione internazionale della ‘ndrangheta è legata a due motivi: ha meno collaboratori di giustizia ed è solvibile. Paga fino all’ultimo centesimo», dice Gratteri. Così la cocaina, distribuita in ogni angolo d’Europa e del pianeta, arriva in Italia senza soluzione di continuità, passando dall’Africa, dalla Spagna, dalla Francia, dalla Germania, dal Belgio e dall’Olanda e inondando i nostri porti. «Nei primi due mesi del 2016 ne abbiamo sequestrati settecento chili solo a Gioia Tauro», dice Cafiero de Raho.  

Nel porto di Gioia Tauro, il più grande terminal per trasbordo del Mediterraneo, passano tre milioni di container ogni dodici mesi. Controllarli tutti è impossibile ma dentro quei giganteschi parallelepipedi di metallo, assieme alla merce che finisce nelle nostre case, si trovano armi, rifiuti radioattivi e tonnellate di cocaina, che in genere vengono caricate all’insaputa di chi compie il trasporto manomettendo i sigilli dei container. Le cooperative addette allo scarico sono spesso infiltrate dalla ‘ndrangheta, o addirittura sono state fondate dalle famiglie..  
Perché non sciogliete le cooperative e ripartite da zero? «Legalmente non si può. Perché ne prendi due o tre e magari ti dicono che tutti gli altri sono sani. Che fai mandi tutti a casa? Porti via lavoro?», risponde Cafiero de Raho. Così polizia, carabinieri e guardia di finanza combattono una guerra che non possono vincere e per ogni container che viene scoperto ce ne sono nove - secondo le dichiarazioni dei pochi collaboratori di giustizia - che passano indenni. «Non c’è nessuna merce al mondo con un rapporto così smisurato tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita», ha spiegato il professor Isaia Sales, esperto di criminalità economica.  
Il business mondiale della droga supera i 500 miliardi di dollari e a favorire il giro dei narco-euro sono funzionari di banca, avvocati e broker, perciò, secondo Giuseppe Lombardo, magistrato a Reggio Calabria: «dobbiamo essere consapevoli che contrastare le mafie significa impedire, in un certo senso, che l’economia riparta». È il suo modo per segnalare quello che forse è il punto più controverso del problema: siamo sicuri che l’economia legale riesca a sopravvivere senza quella illegale? E chi si porta dentro questo dubbio ha voglia di mettere la criminalità organizzata con le spalle al muro? «La crescita della criminalità economica non è stata ostacolata dall’economia legale. I soldi della cocaina fanno gola a molti, non soltanto in Italia. Io e il professor Nicaso lo sosteniamo da tempo: è necessaria una azione di contrasto a livello internazionale», chiosa Gratteri. 

Esiste lo spaventoso giro d’affari con le conseguenze fuori controllo sull’organizzazione di regioni come la Calabria e la Campania ed esistono gli effetti che la cocaina, considerata una droga socialmente accettabile, produce sui consumatori. «Io temo che i consumatori di cocaina nel nostro paese superino abbondantemente i tre milioni», dice il colonnello Paolo Iannucci, della direzione centrale dei servizi antidroga. Solo a Roma, nel corso del 2015, sono stati sequestrati 310 chili di polvere bianca e secondo Michele Andreano, legale di Manuel Foffo, il suo cliente «non avrebbe ucciso se non fosse stato un cocainomane». Difficile stabilire se abbia ragione, più facile notare la distanza che corre tra la straordinarietà dell’omicidio Varani e la diffusione «epidemica» - secondo Federico Tonioni, responsabile dell’area dipendenze del policlinico Gemelli - della cocaina. «Una sostanza che in fase acuta produce una sospensione della capacità di fare esami di realtà». Il collega Luigi Janiri, direttore dell’unità di psichiatria del policlinico, racconta che la cocaina «è il più potente antidepressivo che ci sia, ma ha un effetto così forte che non può essere usato come farmaco». La cocaina non solo non cura la depressione ma produce dipendenza, può causare ictus, infarti, crisi epilettiche e certamente moltiplica esponenzialmente l’aggressività. «I cocainomani sviluppano idee paranoidi, diffidenza, ostilità. Immaginano di essere seguiti dalla polizia. O magari spiati dai genitori. Noi li trattiamo come se fossero pazienti psicotici, per esempio bipolari o schizofrenici. E sappiamo bene che una bella responsabilità sui comportamenti antisociali che registriamo per strada sono addebitabili alla cocaina», dice Janiri.  
Mattia F. ha 49 anni ed è cresciuto alla Magliana. Era bambino quando la banda prendeva il controllo della Capitale, ma è con loro che è cresciuto e a sedici anni ha cominciato a tirare. Ha continuato fino al 2011 e solo adesso sta finendo il suo ciclo di disintossicazione. «Per la prima volta in vita mia riesco a fare i conti con me stesso. Sto imparando a capire chi sono, che cosa voglio, che cosa è importante per me». Come se avesse sempre vissuto in una dimensione parallela.  

Elegante, i capelli chiari, una faccia da duro buono, Nicola ripercorre le curve della sua vita complicata. Dà l’impressione di essersi tolto la cravatta un minuto prima, anche se forse non l’ha mai portata e di venire da un ambiente più elevato. Un paradosso ambulante. Un padre violento, i primi reati, i lavori per il cinema. «Guadagnavo bene. Anche perché poi integravo andando a lavorare nei locali. Mi alzavo e il mio primo pensiero era la cocaina. Lo stesso che avevo prima di andare a letto. Quando ci andavo. In una sera ero in grado di prenderne anche 25 grammi». I rapporti personali che vanno a pezzi, il bisogno di denaro costante, il consumo che si aggiunge allo spaccio. «Ne avevo quanta ne volevo e la prendevo nei posti giusti. Pura all’83%. Un giorno mi hanno arrestato con sette grammi in tasca. Il giudice mi ha chiesto: dove l’hai presa? A Termini. Quello ha riso: vai in galera, va». Cocaina così pura può arrivare solo dal grossista, ‘ndrangheta o camorra. Nelle dosi standard il grado di purezza può toccare il 15% se sono per le periferie, il 45% se sono per i quartieri bene. E i prezzi possono ballare tra i 15 e i 200 euro. «La ‘ndrangheta ha trasformato la cocaina da droga per ricchi a sballo di massa», dice Gratteri. Uno sballo perfetto per la modernità. Mattia, che oggi fa l’artigiano, in galera ci è rimasto due anni. E’ uscito e ha ricominciato. «Mi sono rovinato fisicamente. Scatenavo risse con chiunque, ogni motivo era buono per fare a pugni, in strada, nelle discoteche, nei bar». Una donna l’ha spinto a cambiare vita. A scoprire finalmente la sua. «Con lei è finita. Ma oggi so chi sono. E mi piace». 

fonte:andrea malaguti stampa.it